ItaliaDesign series visited Milan (and WeMake) last june

Italiadesign

Italia Design is an undergraduate field school and research program offered by the School of Interactive Arts + Technology (SIAT) at Simon Fraser University in Vancouver, Canada.

The most significant contribution to the field are interviews conducted with emergent and established players in the Italian design community. Each year, a new team builds on the previous year’s research.

Gruppo Nove, the ninth group of senior design students to embark on this adventure together with Prof.Russell Taylor , came and visit me in May 2014  to discuss around design and what I do at Arduino and WeMake, the makerspace I recently founded in Milan.

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Here’s the result of that meeting and at this link you can find all the other interviews (don’t miss Giorgio Olivero, Enrico Bassi and Giulio Iacchetti videos!):

 

Fashion, Luxury and Sustainability at Supsi

Last thursday, 24th of July, I was invited at Supsi for a panel together with Amanda Montanari, about Fashion and sustainability within the Summer School on this topic. Below you can find my slides.

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Open Design e Open Brand, da Serpica Naro alla digital fabrication

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A completare il percorso didattico del Master Relational Design, ogni mese sono previste talks online, in cui professionisti, operanti in diversi campi disciplinari, sono invitati a raccontare le proprie esperienze lavorative e a condividere la loro expertise con gli studenti.

La talk che ho tenuto lo scorso 17 Giugno 2014 ha introdotto le esplorazioni del concetto di open design dalle sperimentazione avvenute con Serpica Naro a partire dal 2005, passando per il progetto europeo Openwear sino ad arrivare alle esperienza di costruzione del makerspace WeMake a Milano.

Link utili:

- Licenza Serpica Naro
http://serpica.tumblr.com/Licenza
http://epress.lib.uts.edu.au/journals…
http://www.digicult.it/it/digimag/iss…
http://www.serpicanaro.com/research/r…

- Licenza Openwear
http://openwear.org/info/license
http://issuu.com/openwear/docs/openwe…

- Articoli
http://www.chefuturo.it/2012/04/artig…
http://www.chefuturo.it/2013/10/maker…
http://www.chefuturo.it/2013/02/speri…
http://www.chefuturo.it/2012/11/la-st…
http://www.chefuturo.it/2012/06/il-de…
http://www.digicult.it/it/digimag/iss…
http://www.digicult.it/it/digimag/iss…

Zoe Romano
Laureata in filosofia e appassionata di tecnologia, ha partecipato alla creazione di iniziative di attivismo sociale sulla precarietà come San Precario e il suo anagramma Serpica Naro. Ha co-fondato il progetto pilota europeo di moda collaborativa Openwear.org attivo dal 2009 al 2012 e Wefab.it, una serie di eventi per la diffusione della digital fabrication e dell’open design in Italia. Si occupa di strategia digitale e tecnologie indossabili per Arduino.

Internet delle Cose, Agenda Digitale e bandi per l’innovazione al Pirellone

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Regione Lombardia in collaborazione con Smau ha organizzato un ciclo di incontri mensili, dedicati alle imprese del territorio, operanti in ambito digital e facilitarne lo sviluppo e le occasioni di networking, intitolato Aperinetwork. (qui le foto su flickr)

Dopo il pitch di 90 secondi di 14 startup e’ iniziato un panel a cui ho partecipato con una presentazione di Arduino, moderato da Federico Pedrocchi del Sole 24 Ore e che ha visto la partecipazione di Carlo Parmeggiani, Direttore Public Sector Intel Sud Europa e Oscar Sovani, Responsabile della Struttura attuazione delle Agende regionali di semplificazione e digitalizzazione di Regione Lombardia.

 

 

L’abito a energia solare. Così i wearables rivoluzioneranno la manifattura

solar fiber

(originally created and posted on CheFuturo)

Le  tecnologie indossabili sono un ambito in espansione e non esiste giorno in cui non esca un articolo che ci racconta le meraviglie del prossimo accessorio intelligente che cambierà la nostra vita. Li chiamano “wearables” e stanno diventando sempre più indossabili sia grazie alla miniaturizzazione delle componenti elettroniche, per esempio dei sensori e dei microcontrollori, ma anche sempre più invisibili perchè si “embeddano” direttamente nei tessuti. Anzi sono proprio queste ultime che rendono ancora più interessanti:

Finalmente possiamo abbandonare (almeno in parte) la plastica e il metallo e lavorare sui tessuti, magari riattivando anche tutto un percorso ditradizione manifatturiera italiana che, nonostante tutto, ancora ci invidiano.

E in  questo contesto, tutto il mondo del DIY e dell’innovazione dal basso, di gruppi informali che si ritrovano in Fablab e Makerspace ma anche di micro imprese, è molto più sperimentale e dirompente delle soluzioni preconfezionate che invece ci presenta il mondo consumer tecnologico in senso classico.

Tra le varie limitazioni che non permettono uno sviluppo compiuto di tutto il mondo dei wearables, una è sicuramente la capacità delle batterie, ossia il modo in cui alimentiamo la tecnologia che  portiamo in giro e credo che qualche indizio l’abbiamo raccolto tutti con l’esperienza dei nostri smartphone, non durano mai abbastanza.

SOLAR FIBER Uno dei progetti che potrebbe rivoluzionare il modo in cui concepiamo l’energia si chiama Solar Fiber. Si tratta di una fibra solare fotovoltaica flessibile che converte l’energia solare in energia elettrica. Il team che la sta sviluppando ha un’idea molto ambiziosa, intende realizzare un filato che può essere lavorato in tutti i tipi di tessuti, che potrà essere utilizzato in tutti i tipi di applicazioni dove attualmente vengono utilizzati tessuti, ma con il vantaggio di essere in grado di produrre  corrente elettrica. Ho conosciuto Meg Grant, una delle 4 fondatrici,  ad un summer camp sugli etextile proprio l’anno scorso. Quando mi ha raccontato di Solar Fiber ho pensato che fosse un progetto interessante non solo per l’idea in sé ma sopratutto per la modalità  in cui era nata e per come la stavano sviluppando. Invece che correre a brevettarla, erano fermamente convinti di rilasciarla in open source, perchè fosse accessibile a tutti. Continue reading

Il futuro dei wearables? Nel mondo del DIY

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(Intervista di Federica Ionta e pubblicata su Tech2Wear)

Da almeno un anno l’annuncio è sempre lo stesso: le tecnologie wearable sono pronte a invadere il mercato e a conquistare le abitudini di tutti, adulti e bambini.Frutto del desiderio sfrenato di pochi tech-addicted o di una previsione studiata? Ne abbiamo parlato con Zoe Romano, che si occupa di Digital Strategy e Wearables per Arduino. Per scoprire che nel futuro della wearable technology c’è molto più del mercato consumer.

Cominciamo dal touch: gli analisti dicono che ormai è finita anche quell’era. C’è un legame con l’ascesa dei wearable?

Le tecnologie indossabili stanno diventanto sempre più diffuse sia per la miniaturizzazione delle componenti che per la possibilità di essere rese “invisibili”, perché embeddate direttamente nei tessuti. L’interazione con esse avviene attraverso la gestualità o una reazione automatica ai dati che da essi vengono raccolti.

C’è, secondo la tua esperienza, un settore in cui le tecnologie indossabili si applicano meglio?

In questo momento vedo piu’ promettenti l’ambito entertainment/gaming, medico/well-being e logistica. E preferisco l’approccio in cui la tecnologia è nascosta tra i tessuti, quando quindi i tessuti stessi diventando intelligenti e si va oltre l’idea del gadget tecnologico fatto di plastica o gomma.

Insomma, i campi di applicazione sono più di uno. I wearables sono davvero la “next big thing”?

L’impressione è che ci sia un desiderio molto forte di far partire un trend di espansione di un nuovo mercato piuttosto che una previsione sicura che sia proprio questo il mercato giusto su cui investire. Io preferisco mantenere un contatto con la realtà e osservare sia quello che si muove a livello consumer e la sperimentazione DIY (Do It Yourself, ndr) in corso. Una recente ricerca svolta negli Stati Uniti rileva che un terzo dei possessori di un wearable ha smesso di usarlo entro i primi 6 mesi. Altri segnali mi sembrano da tenere in conto: un paio di mesi fa FitBit, tra i brand più famosi e diffusi,  ha dovuto ritirare il suo nuovo prodotto bracciale perché causava dermatite e Nike ha annunciato di dismettere il team che ha lavorato su FuelBand per concentrarsi solo sul software. Quest’ultima mossa non è interpretabile in modo chiaro ma entrambe ci mostrano come la strada e il filone di crescita di questo settore sia per certi versi ancora un’incognita.

Proviamo a sciogliere questa ingognita. Dovendo immaginare il futuro di questa tecnologia, cosa possiamo dire oggi?

Tutto il mondo del DIY e della componentistica  è molto più interessante del mondo consumer tecnologico in senso classico. Le sperimentazioni e i progetti che nascono da una collaborazione dal basso, spesso sono più stimolanti rispetto all’accessorio indossabile che si trova nei negozi. Abbiamo già visto come l’apertura dei codici e l’hackerabilità dei prodotti stia diventando un plus per sempre più persone. Il sapere “cosa c’è dentro e come funziona”, quali sensori contiene, quali dati personali raccoglie e come questi dati sono usati dall’azienda che mi vende il gadget, diventano informazioni e features richieste da sempre più ampie fette della popolazione.

E da un punto di vista sociologico le indossabili influenzeranno le relazioni tra le persone?

Sì, sicuramente. L’aspetto più dirompente è quando un prodotto è stato pensato per un determinato uso e poi le stesse persone che lo utilizzano o addirittura intere community lo modificano per farne altro, magari con un impatto sociale che i produttori stessi non si erano neanche immaginati. Questo può avvenire solo se iwearables sul mercato sono stati pensati come maker-friendly e non chiusi e univoci come la maggior parte dei gadget tecnologici.

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