NY Times rebels / I ribelli del NY Times

Inaugural words of us presidents

Inaugural words of us presidents

(EN) I paste an interesting article from an italian magazine on the new infographic journalists working at New York Times .

(IT)  Dal magazine femminile di Repubblica un articolo/intervista sui nuovi giornalisti infografici del New York Times:

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Hanno fatto irruzione nella casa di una “signora in grigio” del giornalismo, come viene chiamata, per la sua eleganza e il suo understatement, la testata del New York Times. E stanno mettendo in discussione abitudini e certezze. Sono convinti che, per continuare a essere una voce autorevole dell’informazione, bisogna sperimentare nuovi formati e contesti per le notizie, puntando sul matrimonio tra estetica e informatica, interazione e mash-up (interfacce in grado di combinare dati, multimedia e coinvolgimento degli utenti).

Ce n’è abbastanza perché il team di dieci giornalisti-sviluppatori che ha messo piede nel palazzo di Renzo Piano del New York Times venisse subito etichettato come “i cybergeek arrivati a salvare la carta stampata”. A guidare questo gruppo c’è Aron Pilhofer, da qualche anno a capo della divisione Interactive News Technologies dello stesso quotidiano. Non provate a cercare una figura simile nelle redazioni italiane (e molte straniere), difficilmente ne troverete qualcuna. Ma anche se lontano anni luce dai fasti (finanziari) del passato, ancora una volta il Nytimes ha visto giusto e sta facendo scuola. Come? Investendo in tempi non sospetti (prima della crisi) nella creazione di un team di journo-developers-graphics (giornalisti con competenze grafiche, artistiche e informatiche) che si dedicano a nuovi format per visualizzare le notizie.

Come lo spettacolare Word Train sulla prima pagina web per la vittoria di Obama: un fiume di parole che scorrevano senza sosta: le grandi in blu (pro Obama) recitavano “fiducioso, grato, orgoglioso”; in rosso (pro McCain) dicevano “preoccupato, disgustato, ansioso”. Migliaia di lettori hanno descritto il proprio stato d’animo, una sequenza ipnotica di emozioni che, più di molti reportage, ha fotografato lo stato d’animo di una nazione nel day after. Una trovata di Pilhofer e soci. Sentiamolo.
Come è arrivato al Times? E perché avete deciso di far nascere un’unità specializzata in nuove tecnologie per la visualizzazione delle notizie?

“Sono stato assunto nel 2005 come reporter computer-assisted (un giornalista che spulcia tra statistiche e database per trovare trend interessanti). Un ruolo molto tradizionale, focalizzato su economia e politica. Ma una delle cose che mi frustrava di più era che disponevamo di dati, risorse e idee fantastiche ma ci mancavano i formati per proporli online. Così ho avanzato la proposta di far nascere una News Technologies Unit, e il management ha accettato. Da allora il mio lavoro è cambiato radicalmente. Ora mi trovo nell’intersezione tra tecnologia e giornalismo. E c’è un mondo da esplorare su come usare il web per raccontare storie più approfondite”.

Secondo molti i giornalisti-sviluppatori sono il futuro della professione.

“Sì, nel mio gruppo ci sono dieci giornalisti-barra-sviluppatori che arrivano sia dal mondo dell’informazione sia da quello dell’informatica e lavorano a stretto contatto con le divisioni multimedia e grafica. Non credo che ogni giornalista debba imparare a programmare o diventare grafico. Ma penso che le competenze in questi settori diventeranno presto necessarie. Per realizzare prodotti cool e innovativi non basta sapere usare solo le parole. Per questo consiglio a tutti gli studenti di giornalismo di specializzarsi in ambito grafico, multimediale, di programmazione. Un investimento decisivo sul lungo periodo”.

Interazione, aggregazione, estetica, cura dei dettagli, effetto-wow: come bilanciate questi elementi nel vostro lavoro? Ad esempio cosa privilegiate tra accuratezza e velocità?

“Ci comportiamo come ogni altra divisione del Nytimes. Ogni prodotto che realizziamo deve rispettare gli alti standard del quotidiano. Certo, ci muoviamo per lo più sul web e quindi bisogna saper trovare un equilibrio tra velocità e accuratezza. E a differenza della carta stampata, online possiamo continuamente aggiustare il tiro. Come nel caso del progetto Guantanamo Docket, database interattivo che raccoglie le schede dei 779 detenuti nel carcere cubano, documenti riservati di cui è entrata in possesso la redazione investigativa, aggiornati in tempo reale”.

Molti professionisti del settore sono convinti che design e nuovi formati per visualizzare le notizie aiuteranno a salvare i giornali dalla crisi.

“Certo. Non sopporto chi dice che il giornalismo è solo il contenuto, la notizia dura e pura, mentre la sua presentazione è un semplice addobbo. Niente di più sbagliato. I prodotti che realizziamo aiutano a coinvolgere i lettori, capire e approfondire. Tuffarsi dentro le storie ed esplorarle come finora non era stato possibile. È giornalismo, anche se spesso non viene visto così. Ed è un peccato: una maggiore attenzione ai formati permetterebbe di raccontare meglio le notizie. Che è poi quello che vogliono i lettori. In questo senso, su carta e su web, il design potrà aiutare il giornalismo a superare la crisi”.

Ritrova differenze tra carta e web? Crede che il giornalismo visivo sia più evoluto nei magazine cartacei rispetto a quanto lo è ora sul web?

“Non credo che il linguaggio visivo funzioni meglio su un medium rispetto all’altro. Ci sono elaborazioni grafiche straordinariamente efficaci su carta, che non funzionerebbero mai online, e viceversa. Per fortuna, dopo l’integrazione tra redazione cartacea e web, al Nytimes ci sono molti professionisti che hanno occhio per entrambi i contesti. Ma siamo l’eccezione”.

Si ritrova nella definizione che il New York Magazine (che non c’entra con il NYT) ha dato del suo team come “ribelli che stanno salvando il Nytimes (e il giornalismo)?
(sorride) “No, anche se qui dentro hanno preso a bollarci come i ribelli della situazione”.

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