Geometrie di corpi lasercut

federica braghieri

Ho incontrato il lavoro di Federica Braghieri seguendo il blog The Laser Cutter. Mi ha subito colpito il gioco di forme e tagli dei suoi modelli e l’ho contattata per approfondire la sua metodologia di lavoro.
Dopo uno scambio di mail e avendo capito che le nostre agende non ci avrebbero fatte ncontrare a breve abbiamo fissato un incontro in Skype e questo è il risultato della chiacchierata.

Qual’è stato il tuo percorso di studi?

Ho frequentato il politecnico in Bovisa per 3 anni laureandomi nel 2007 in design e moda. E’ stata una formazione con un focus principalmente sul progetto e troppo poco sul “making” delle cose. Molta ricerca e molta teoria e di pratico praticamente nulla. Solo il primo anno abbiamo lavorato su 3 gonne, ci hanno fornito dei cartamodelli base da cui trarre il capo che volevamo realizzare.
Sono poi passata a una laurea specialistica post-graduate a Londra in Creative Fashion dove invece è stato praticamente tutto pratico. Dallo zero delle mie conoscenze ho imparato le basi del cartamodello e di come concretamente realizzare abiti. Proprio in quel periodo ho creato la mia prima collezione, dalle linee molto semplici.
L’anno successivo mi sono iscritta al London College of Fashion per il master in Digital Fashion, lì ho scoperto il percorso tecnologico in cui mi trovo ora. Dopo una prima introduzione agli strumenti come il taglio laser, digital printing, prototipazione 3d, grazie alla collaborazione con un amico ho scoperto Grasshopper per creare oggetti di design parametrico, ho iniziato a sviluppare l’idea degli abiti a poligoni.

In che modo hai realizzato gli abiti della tua collezione?

Siamo partiti da una corpo femminile in 3d già pronto e ci siamo focalizzati sul torso applicando pattern geometrici ed estrusioni. Ho poi utilizzato un software in grado di trasformare il disegno dal formato 3d al 2d . Si chiama Pepakura e originariamente è stato creato per realizzare sculture in carta ma che non viene normalmente impiegato nella moda.
Il processo partiva quindi dalla sperimentazione degli strumenti di modellazione parametrica, passando per Pepakura in modo da trasformarli in poligoni vettoriali. Dopo aggiustamenti vari e la preparazione del file da passare al laser con Illustrator, si arriva infine alla cucitura dei pezzi.

gonna pepakura

Dopo questo primo approccio sperimentale, ho deciso di mantenere questa tecnica anche per il progetto finale di tesi in cui ho sviluppato dei capi creandoli direttamente sul corpo in 3d, senza aver bisogno di fitting e di prove.
In università avevamo degli scanner 3d ma nel mio caso sono partita dal corpo già modellato nella taglia che mi serviva.

3d corset


Quali stoffe/materiali hai utilizzato?

I primi prototipi li ho fatti in feltro, poi per la collezione finale ho usato solo pelle.
Il feltro è più facile da manipolare è ha una bella resa ma purtroppo è meno resistente, invece la pelle non perde mai la forma e non si deteriora.
Per il body della giacca ho usato una pelle molto morbida, invece per gli altri pezzi più rigidi ho preferito orientarmi verso una pelle più resistente utilizzata solitamente nell’ambito dell’interior design e degli accessori.
Ora sto cercando di capire se questa collezione possa essere sviluppabile e commercializzabile oppure se sia preferibile mantenere l’idea del pezzo unico.

The geometry of the body


In alcuni capi hai realizzato dei volumi veri e propri, come li hai assemblati?

Ho utilizzato diverse tecniche, la maggior parte dei pezzi strutturati li ho realizzati termosaldando la pelle alla fodera in poliestere e poi tagliati al laser cosi’che acquistassero più struttura e non avessero bisogno di essere cuciti ad una fodera. Infine ho intrecciato i pezzi, unendoli quasi come un puzzle e li ho incollati.

Hai già pensato come proseguire il tuo percorso?

Ci sono sempre più lasecutter e tecnologie accessibili a chiunque, quindi sicuramente ci saranno interessanti sviluppi in questa direzione. Non so ancora però se questa sarà la mia strada. Adesso sento la necessità di trovare un lavoro fisso magari con un’azienda più grande per far crescere la mia esperienza nel marketing e costruirmi una base di contatti, per esempio di fornitori, per essere in grado poi di aprire una mia impresa. Di sicuro voglio continuare a sviluppare queste idee in parallelo e coltivare l’attenzione che si è creata intorno a questo mio primo esperimento.
Ora vorrei costruire un sito con i miei lavori e capire come utilizzare al meglio i contatti che ho per iniziare a proporre alcuni miei capi a dei negozi.

Pensi che le scuole di moda all’estero siano più attente allo sviluppo delle tecnologie di digital fabrication rispetto all’Italia?

Non credo che le scuole di moda in Italia siano meno attente, nella mia esperienza al Politecnico di Milano l’utilizzo di nuove tecnologie digitali e la continua ricerca di processi innovativi erano alla base del corso. La differenza principale è probabilmente la mancanza di queste tecnologie a disposizione degli studenti, che non hanno l’opportunità di sperimentare direttamente e quindi conoscerle meglio.

gonna 3d

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Artigianale, diffusa, connessa e open: è la moda del 2025. La facciamo adesso?

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Il mondo della moda così come è strutturato oggi è costantemente proiettato nel futuro. Anzi, meglio parlare di futuri. C’è il futuro sempre presente, contenuto nelle sfilate, nelle fiere e negli esoterici quaderni di stile venduti a caro prezzo alle case di moda. Tutto questo diventerà presente fra qualche mese, quasi come una profezia che si autoavvera e ci permette di toccare con mano quello che avevamo solo potuto desiderare.

E c’è un futuro lontano, quasi da fantascienza, che racconta gli scenari difficili in cui il costo della manifattura e delle materie prime raggiunge livelli mai visti prima. Tutto a causa della scarsità d’acqua e di energia, a cui si affianca l’aumento del costo del lavoro nei paesi-fabbrica.

Di questi cambiamenti epocali già sentiamo i primi effetti oggi. Guardiamo per esempio al prezzo del cotone, raddoppiato dalla fine del 2010. Il modello di business della fast fashion, che ha raggiunto fatturati da record, si basa sulla produzione di milioni di capi attraverso il lancio in media di quaranta trend stagionali ogni anno promettendo il meglio della moda a bassi prezzi.

Sono proprio i numeri a dircelo: non è più possibile ignorare le conseguenze dell’insostenibilità di un’industria ad alta densità energetica. È importante prendere decisioni sui cambiamenti strutturali che il settore dovrà affrontare. Alcune grandi aziende con risorse e tempo a disposizione hanno capito che per immaginarsi un futuro radicalmente diverso dal presente bisogna avere molta immaginazione.

Così come bisogna Individuare nuovi vincoli da rispettare e superare la schiacciante pressione dell’abitudine. Di sicuro una cosa bisogna iniziare a farla subito: disegnare scenari e investire in progetti pilota per aiutarci a centrare meglio l’obiettivo.

Se siete a digiuno di questi argomenti un buon punto di partenza è Fashion Futures 2025, un progetto no profit inglese finanziato da varie grandi aziende – anche multinazionali, con il compito di raccontare alcuni di questi scenari possibili e facilitare la ricerca di soluzioni sostenibili. Ed è qui che sta la sfida.

Se le grandi aziende stanno investendo nel costruire un nuovo modello per la loro sopravvivenza, chi invece sta immaginando soluzioni possibili per le micro, piccole e medie imprese locali? Chi sta facendo in modo che queste realtà siano in grado organizzarsi fino a diventare protagoniste in grado di rispondere all’inevitabile crescita della domanda local? Quando ci siamo immaginati le idee ora contenute nel progetto di moda collaborativa Openwear (ispirato da suggestioni simili a quelle dello scenario Community Couture di FF2025), abbiamo cercato di muoverci proprio in questa direzione.

Come? Superando le inconsistenze del vecchio sistema a filiera lunga e basandoci su un concetto di artigianato diffuso e connesso, ricontestualizzato e, addirittura, potenziato da nuove tecnologie di produzione on-demand come tagliatrici laser e stampanti 3D condivise. Ma non si tratta solo di hardware: c’è soprattutto una cassetta degli attrezzi di codici aperti che comprende cartamodelli, tutorial e presto anche software di supporto e macchine per una manifattura open source.

Abbiamo condiviso queste idee con artigiani, designer, produttori di servizi, professori, sarte, fotografi e cartamodelliste. I feedback che abbiamo raccolto ci hanno mostrato quali sono le persone che più facilmente riescono, non solo ad immaginarsi il futuro, ma anche a raccogliere le opportunità del presente in modo che il cambiamento positivo arrivi passo dopo passo, in un processo organico e collettivo.

Per raccontarvelo partirei da quello che è successo nei mesi scorsi. Si è parlato molto di Makers in Italia e in rete si è acceso un interessante dibattito su cosa siano in realtà. In molti si chiedevano: “Non siamo sempre stati makers? L’Italia è piena di artigiani, di gente che sa fare le cose con le mani, con una conoscenza tramandata di piccola manifattura di qualità che ci invidiano in tutto il mondo”. Non si può negare questo fatto.

Quando gli americani ce la sono venuti a raccontare a World Wide Rome, ci chiedevamo sotto sotto se ci non stessero rivendendo l’acqua calda.

Ma il maker non è una professione e non è nemmeno un soggetto sociale. Siamo tutti makers in potenza perché si tratta di un’attitudine, di un modo per trovare soluzioni ai propri bisogni. Soprattutto, perché entriamo a far parte di una rete collaborativa, ed è per questo che preferiamo parlare di etica maker. Il maker trova la sua linfa vitale nei sistemi aperti di generazione e condivisione di conoscenza. Questa necessità fa cadere le rigide barriere tra chi produce e chi consuma.

Il produttore con l’attitudine maker rende partecipi i propri “consumatori” dando loro la facoltà di decidere quanto attivi vogliano essere nella creazione del prodotto finale. Io posso decidere se acquistare il prodotto finito, assemblato e funzionante oppure scaricarmi le istruzioni per costruirmelo da sola.

Superare l’idea che la condivisione di conoscenze e l’autoproduzione comportino l’impoverimento delle professionalità significa rendersi conto di un fatto preciso: sempre più persone saranno in grado di distinguere un prodotto di qualità.

Perché la qualità non è contenuta solo nell’oggetto in sé ma risiede soprattutto nella rete di relazione e scambio che si mantiene e fiorisce prima e dopo l’acquisto.

Il fatto che gli schemi e le istruzioni per creare un telaio Jaquard siano accessibili a tutti non significa che tutti abbiano il tempo e la voglia di costruirlo. Ma quelli che lo faranno renderanno il progetto ancora più funzionale nel rispondere alle esigenze di tutti.

Il progetto Osloom che un paio di anni fa è stato finanziato grazie a Kickstarter ha l’obiettivo di abilitare piccoli centri di produzione locale con telai non proprietari modulari (i telai commerciali si aggirano intorno ai 30mila dollari) liberamente modificabili a partire dalle proprie necessità di produzione.

Se ragioniamo più nel dettaglio, il punto è che produrre meravigliosi maglioni di cachemere all’uncinetto non ti trasforma automaticamente in un maker. Ci vuole altro. Condividere gli schemi delle mie produzioni, rendere trasparente l’iter di produzione permettendo a chi lo desidera di imparare a farlo, facilitare la costruzione di una rete per acquistare collettivamente lana ecologica a prezzi vantaggiosi sia per i miei colleghi produttori che per i consumatori finali: ecco, tutte queste sono azioni a beneficio di un sistema locale e organizzato. Più questa attitudine si diffonde, più i piccoli produttori locali saranno in grado di diventare competitivi con i giganti della moda.

Lo stesso si può dire per i terzisti del lusso, che realizzano prodotti ad alto valore manuale condizionati dalle istruzioni di stile dettate da brand della moda e destinati al mercato internazionale. Un ambito che rappresenta una nicchia di mercato profittevole finchè ci sono persone in grado di acquistare beni di lusso, ma che non si muove alla ricerca di un nuovo sistema di moda sostenibile.

Nulla vieta però che l’attitudine maker faccia agire i singoli artigiani in altri contesti. Nel tempo libero, autonomamente, potrebbero dare valore alle conoscenze acquisite in uno scenario più ampio. Così da mantenere il controllo diretto sul proprio lavoro e generare benefici per una collettività più estesa. Mantenere un dialogo aperto con la community significa anche accettarne la determinazione di alcuni standard e rispondere dove è possibile alle sue necessità.

Noi di Openwear possediamo una stampante 3D open source da circa un anno, acquistata in condivisione con Vectorealism in occasione delle iniziative Wefab. Ci è utile per lavorare alla prototipazione di accessori per la moda. Li possiamo progettare, stampare, testare, modificare e condividerne i codici per ricevere feedback. La stampante 3D usa come materia prima due tipi di filamento, uno in plastica molto comune e l’altro è composto da un derivato del mais, entrambe del diametro di tre millimetri. Lo acquistiamo online da vari produttori stranieri.

In questi mesi abbiamo cercato qualcuno che lo produca in Italia o sia interessato a raccogliere questa richiesta introducendolo come novità. Quando siamo andati a chiedere informazioni alle aziende che trattano questi materiali ci siamo accorti di una cosa: in molti ci approcciano come semplici clienti finali, e il loro scopo ultimo è solo offrirci i prodotti che hanno in catalogo (soprattutto in grande quantità). Non riescono a vedere l’opportunità di avviare un dialogo con noi.

Noi che siamo espressione di una comunità di riferimento di proprietari di stampanti 3D, una realtà che si sta moltiplicando in tutta Italia.

I libri di storia economica raccontano la “magia” dei distretti produttivi richiamando stuoli di imprenditori che si trovano la sera a bere il frizzantino e fare affari. Nello scenario attuale non basta più il frizzantino e non bastano più gli imprenditori. La complessità e le opportunità si sono moltiplicate.

Alcune criticità che ho evidenziato mostrano come il dialogo tra piccole realtà non sia sempre spontaneo e gratuito, ma vada nutrito e facilitato. Se vogliamo dei cambiamenti veri dobbiamo allontanarci da questo stereotipo diffuso e pensare seriamente a come alimentare le community in potenza che abbiamo sul nostro territorio.

La cultura della collaborazione richiede persone aperte al cambiamento e alla contaminazione, istituzioni che mettano a disposizione risorse per creare spazi di collaborazione online e luoghi di sperimentazione locali (fablab, makerspace, hackerspace). Ecco quello che serve per costruire una cassetta degli attrezzi dell’innovazione a partire dalle capacità professionali e autodidatte presenti oggi in Italia.

Milano, 13 aprile 2012

ZOE ROMANO

Felt Fold Slippers Workshop at Salone del Mobile

Openwear

At the forthcoming Salone del Mobile, Domus will host and exhibition looking at what is to come in the future of design, involving events and live performances in Palazzo Clerici, right in the heart of Milan.
Openwear will be part of the event with a workshop focused on lasercutting felt for fashion accessories using Fold Slippers pattern. Read the details and subscribe (workshop will be in italian).

The exhibition is a showcase of the latest and most interesting projects on fabbing and digital manufacturing: from the visionary Solar Sinter by Markus Kayser, to the furniture line Endless by Dirk Vander Kooij. One of the rooms is dedicated to “the best of Arduino” with a selection of the best project based on the made-in-italy microcontroller.
For the whole week, FabLab Torino together with Vectorealism and Kent’s Strapper are going to produce the objects of Autoprogettazione 2.0 contest. Everyday there will be a free workshop: check them out!