Embroidery circuits created by Afroditi Psarra, Maker in Residency at WeMake

Sostenere l’inclusione è l’unica via per innovare in modo radicale

(english version below)

Makerspace e fablab sono stati concepiti con lo scopo principale di avvicinare le tecnologie ai cittadini e per essere utilizzati come ambienti in grado di sviluppare il pensiero critico e creativo. Abbattere le barriere all’accesso a strumenti di fabbricazione digitale come stampanti 3D, macchine a taglio laser e microcontrollori open source è una delle chiavi per aiutare a demistificare tali strumenti e per influenzare lo sviluppo tecnologico dando la possibilità alle persone di costruire un rapporto con la tecnologia più proficuo, positivo e meno timoroso. Le macchine di fabbricazione digitale rappresentano, per molte persone coinvolte nel movimento maker, i mezzi di produzione contemporanei per oggetti e dispositivi orientati alle necessità delle persone, personalizzati, generati dalla collaborazione, con il potenziale di ridefinire il ruolo dei cittadini come produttori attivi e non solo consumatori passivi di tecnologie concepite e costruite da altri.

Molte persone non hanno la consapevolezza di quanto il movimento maker, originato negli Stati Uniti negli anni ’00, si sia ispirato agli hacklab europei degli anni Novanta, che radunavano comunità diverse in spazi comuni dove condividere punti di vista e conoscenze informatiche, software libero e tecnologie di rete.

Più avanti, all’inizio del nuovo secolo, si è diffusa una certa intolleranza verso l’obsolescenza programmata di molti strumenti tecnologici, che ha generato due tipi di reazioni: da un lato sono aumentate le risorse online per apprendere come realizzare qualsiasi cosa e dall’altro sono nate comunità locali per riparare qualsiasi cosa. Dall’intolleranza all’obsolescenza programmata è cresciuta l’attitudine al Do-It-Yourself per reagire alla passività implicita nell’uso di dispositivi di nuova generazione.

Guardando alla scena degli hacklab in prospettiva, se da un lato le relazioni che vi si stabilirono in quegli anni ci diedero una nuova percezione di come i legami tra individui e collettivi potessero diventare strumenti di auto-determinazione e di pensiero critico sull’uso delle tecnologie, è altrettanto chiaro come ci fosse una certa carenza di diversità e di prospettive. Le persone coinvolte negli hacklab erano principalmente giovani, bianchi e occidentali, con molto tempo libero a disposizione. Dopo 20 anni abbiamo ancora una tale composizione nella scena “tech” contemporanea e questo sta diventando sempre più un tema cruciale e di discussione.

Cosa è cambiato dagli anni 90 a oggi? Spazi come fablab e makerspace potrebbero favorire una dinamica di cambiamento verso l’inclusione diventando i nuovi spazi in cui coinvolgere soggetti più diversificati. Concentrandosi sulla comunità e sulla accessibilità, più che sulla tecnologia, questi spazi possono essere progettati per includere persone da settori o aree disciplinari diverse da quella tecnologica perché riflettono le economie locali e le abilità presenti sul territorio che influenzano la composizione dei frequentatori di questi spazi Quando abbiamo progettato WeMake sapevamo che la moda e il design avrebbero dovuto essere centrali per le nostre attività perché sono cruciali per l’ecosistema della produzione creativa di Milano. Abbiamo deciso di equipaggiare il lab con macchine da cucire, abbiamo modificato macchine da cucito e telai, creato librerie su tecnologie indossabili, e lanciato una serie di percorsi di formazione che potessero mettere insieme i microcontrollori con le tradizioni dell’artigianato locale, il design parametrico con la produzione di cartamodelli, la fabbricazione digitale con la lavorazione dei tessuti. Dall’inizio abbiamo pensato che creare ponti tra diverse tecnologie e arti non fosse solo un modo per essere più inclusivi, ma un percorso verso la generazione di un’innovazione più radicale.

Documentario — Tessitura a mano di “cavi di memoria” per il programma Apollo (v. sotto)

I ricercatori che si occupano della storia dell’informatica hanno evidenziato come il programma Apollo degli anni Sessanta sia stato realizzato grazie all’abilità di moltissime donne che hanno letteralmente tessuto i “cavi di memoria” in cui sono state immagazzinate le informazioni necessarie all’atterraggio sulla Luna. Gli ingegneri della NASA le avevano soprannominate “LOL memory”, dove LOL è l’acronimo di “Little Old Ladies” ovvero la memoria delle “piccole vecchiette” che tessevano a mano, con cura, i fili intorno a piccoli nuclei elettromagnetici di ferrite.

Ancora oggi le capacità artigianali e manuali sono spesso denigrate, un atteggiamento che impedisce a soluzioni inaspettate e creative di venire alla luce, dato che la vera interdisciplinarietà si realizza solo quando tutte le abilità e le competenze vengono accolte e accettate per il loro potenziale contributo. Per portare un altro esempio, recentemente un gruppo di donne boliviane è stato assunto proprio perché in grado di utilizzare le tecniche di intreccio tradizionali indigeni Aymara nella realizzazione di strumenti fatti di una lega di titanio e nickel fondamentali per la riparazione di alcuni difetti cardiaci. Franz Freudenthal, il cardiologo che ha inventato tali protesi è stato insignito nel 2014 dell’Innovators of America Award per la categoria Scienza e Tecnologia per la creazione di tale prodotto. Che ruolo potrebbero svolgere le capacità artigianali tradizionali in un campo come quello della tecnologia? Il dibattito è solo agli albori.

Donne Aymara producono dispositivi salvavita a mano

Le ricerche su come coinvolgere più donne nell’ambito tecnologico e sul perché a un certo punto la programmazione e la tecnologia siano diventati una “cosa da uomini” è il tema di un dibattito permanente.che, a mio parere, dovrebbe essere affrontato con una prospettiva diversa.. Anziché percepire l’investimento in diversità nell’ambito tecnologico come una questione di “giustizia” dovremmo considerarlo soprattutto come un’opportunità. L’assenza di diversità nei contesti tecnologici si è trasformata in un collo di bottiglia dal punto di vista del potenziale innovativo e della interdisciplinarietà reale dei progetti. Esistono innumerevoli sfaccettature della diversità: in termini di etnia, di capacità, di genere, solo per citarne alcune, e ognuna di queste sfaccettature porta con sé competenze e conoscenze specifiche che potrebbero catalizzare l’impollinazione tra idee di soluzioni digitali che sono anche socialmente innovative e che rispondono ad un mondo sempre più complesso. Per favorire questa prospettiva, dovremmo impegnarci tutti subito e proporre nuovi “role-model”possibili, persone che diventino modelli di riferimento per condividere storie che ci ispirano, community manager in grado di sostenere le comunità e senza le quali la benefica impollinazione incrociata e collaborazione non avrebbe luogo. Qualcosa di magico avviene quando affianchi una macchina da maglieria a un banco di elettronica e sin’ora abbiamo visto solo la punta di questo incredibile iceberg!


english version

Makerspaces and fablabs were mostly conceived with the aim to put technology in the hands of citizens, and to use these environments as platforms to develop creative and critical thinking. Lowering the barriers to digital fabrication tools, like 3D printers, laser cutters and open source microcontrollers, help demystify them and influence technological production by enabling people to build more positive and less fearful relationships with technology. Digital fabrication machines represent, for many people involved in the maker movement, contemporary means of production of bespoke, user-driven devices and objects — born out of collaboration and with the potential to reshape the role of citizens as active producer, and not just mere consumers of technologies built by others.

Most people probably do not realise that the maker movement, which originated in the US in the 2000s, took inspiration from the European hacklabs of the 90s, which gathered communities together in spaces to share awareness and knowledge about computers, free software and internet technologies. Later on, at the beginning of the new century, a widespread intolerance towards tech devices’ programmed obsolescence grew in parallel with two bottom-up responses: on the one hand, the availability of online resources to learn almost anything and, on the other, the creation of local communities for repairing, which led to an alternative, more empowered DIY approach which could react to the passivity implied in the use of the new generation of devices.

Looking at the hacklab scene in perspective, while the relations established in those years gave us a new perception on how strong ties between individuals and collectives could become a powerful tool for self-determination and critical thinking about technology use, it is now clear that there was a worrying lack of diversity and perspectives. People engaging with the hacklab scene were mostly young, white, western men with free time. It’s also clear that after 20 years, we still have a similar ratio in most of the contemporary tech scene and the issue is rising up the agenda for many different reasons.

What’s different now? Spaces like fablabs and makerspaces could become the new environment in which to engage a more diverse crowd. Putting the focus on community and openness, rather than tech, these spaces can be designed to include various disciplines because the local economy and skills can really influence the composition of their members. When we designed our makerspace WeMake, we knew that fashion and design would have to be central to our activities because they are key to Milan’s ecosystem of creative production. We decided to equip the lab with sewing machines, hacked knitting machines and wearables, and launched a series of training activities which could mix microcontrollers with local craft traditions, parametric design with pattern making, digital fabrication with textiles. Since the beginning, we believed that creating bridges between digital technologies and crafts was not just a way to be more inclusive, but it was and always has been a path to radical innovation.

Computing history researchers have recently highlighted how the Apollo program in the ’60s was accomplished thanks to the craft skills of many women who literally wove the core memory ropes storing the information which allowed humans to land on the moon. NASA engineers nicknamed the hardware “LOL memory” referring to the “Little Old Ladies” who carefully wove wires around small electro-magnetic ferrite cores by hand. Nowadays, craft skills are still belittled, an attitude which prevents unexpected solutions from flourishing because real interdisciplinarity happens when all skills are welcomed and appreciated. To give an example, very recently a team of Bolivian women was employed because they could master indigenous Aymara weaving patterns to craft nickel-titanium alloy devices that can help repair heart defects. Franz Freudenthal, the cardiologist who invented the device, was honoured in 2014 with the Innovators of America Award in the Science and Technology category for the creation of this product. What role could this type of craft knowledge play in the tech sector? The debate hasn’t really started yet.

There has been a lot of researching on how to involve more girls in technology and why, at a certain moment in history, technology and programming became a “bro” affair. This is a very useful discussion, but I believe we should embrace also a parallel perspective. Instead of perceiving the investment in diversity only as an effort for “justice”, we should consider it an opportunity, because the lack of diversity has become a bottleneck for radical innovation and real interdisciplinarity. We have so many facets of diversity: ethnicity, ability, age, gender to name a few; and these facets embed specific knowledge and skills which could catalyse the cross-pollination we need to create digital social innovation solutions in this complex world. We should act now highlighting new role models, sharing inspiring stories, providing community management and mentorship to allow the budding of new collaborations. Something magical happens when you put the knitting machine next to the electronic bench — and we’ve just seen the tip of the iceberg!


by Zoe Romano, with the contribution of Valeria Graziano and Serena Cangiano (WeMake). WeMake is the cluster lead for Health and Care in DSI4EU project

DSI4EU, formally known as DSISCALE, is supported by the European Union and funded under the Horizon 2020 Programme, grant agreement no 780473.

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