3 storie che dimostrano che la forza dell’innovazione non sono le tecnologie ma le persone

Articolo originariamente pubblicato su Chefuturo.

Una delle peculiarità che rendono Fablab e Makerspace di forte impatto nel contesto sociale cui sono immersi è la loro capacità di trasformare gli individui dal ruolo di passivi utilizzatori a quello attivo di Makers in grado di trovare soluzioni alle proprie necessità, dare concretezza alle proprie intuizioni.

Ciò è possibile da un canto attraverso la valorizzazione di strumenti e materiali locali, dall’altro canto attraverso una conoscenza condivisa globalmente, non per schemi generali imposti dall’alto, ma iterando in maniera continuativa teoria e pratica.

Il percorso di questa trasformazione passa attraverso la capacità di guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi perchè, forse per la prima volta, abbiamo provato sulla nostra pelle la felicità che ci coglie quando capiamo come funzionano gli oggetti intorno a noi e riusciamo a risolvere autonomamente delle necessità nostre o di altri, senza per forza indossare l’etichetta degli esperti.

Steven Johnson in un interessante intervento a TED del 2010, con la “traduzione” in fumetti nel video qui sotto, esplora le modalità e i contesti in cui tante piccole idee si trasformano in grandi idee e come facilitare il passaggio dalle prime alle seconde.

L’obiettivo è semplice: capire come si può migliorare l’incidenza di idee rivoluzionarie sarebbe rivoluzionario in sè. Continue reading 3 storie che dimostrano che la forza dell’innovazione non sono le tecnologie ma le persone

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3d printing and wood at Paris fashion week

3dprinted dress

An experimental new material was put to use in the creation of a flexible, soft dress of stunning complexity, produce with Laser Sintering technique.

Austrian architect Julia Koerner explains, “My collaboration with Materialise for the 3D printed dress for Iris van Herpen’s Haute Couture Show ‘Voltage’ 2013 reveals a highly complex, parametrically generated, geometrical structure. The architectural structure aims to superimpose multiple layers of thin woven lines which animate the body in an organic way. Exploiting computational boundaries in combination with emergent technology selective laser sintering, of a new flexible material, lead to enticing and enigmatic effects within fashion design. New possibilities arise such as eliminating seams and cuts where they are usually placed in couture.”

Learn more here

Using a different technique and approach, Sruli Recht items are made of layers of walnut wood divided into triangles and then mounted on a textile base forming the geometric shapes of the garments.

Take a look at the video below (and spot the quadcopter!):

La meraviglia della stampa 3D spiegata ai nonni

Stampante 3d in azione

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Le parole sono utili, i racconti e le spiegazioni scientifiche anche, ma finchè una tecnologia non si rende evidente nel risolvere  problemi quotidiani o  facilitare la nostra vita in modo concreto è difficile capire perchè è importante investirci.

Il punto della fabbricazione rapida non è, per esempio, solo mostrare  come funziona tecnicamente una stampante 3d, una lasercut o una fresa a controllo numerico. Conta soprattutto rendersi conto di cosa significhi in senso più ampio la sua applicazione nella nostra società. In che modo quindi la sua portata dirompente ci tocca direttamente e molto più rapidamente di quanto altre tecnologie lo hanno fatto nel passato.

Con Wefab, progetto che sto seguendo parallelamente a Openwear, da più di un anno stiamo organizzando eventi (in attesa di avere un makerspace per farlo tutti i giorni ) cercando di individuare e mettere in pratica modi innovativi di abilitare le persone a creare e produrre autonomamente, attraverso la collaborazione e la condivisione dei saperi e l’utilizzo di tecnologie di prototipazione rapida come quelle citate sopra.

Questa volta ci siamo dedicati alla stampa 3D, dando luogo ad  un’iniziativa che mettesse al centro il suo lato più creativo e produttivo. L’evento si è svolto sabato 20 ottobre in Zona Tortona, quell’area di Milano dove ogni anno si celebra il Fuorisalone e dove lo Spazio Concept si è offerto di ospitarci con l’iniziativa dal titolo: Design Smash 3D – Un contest di design come non l’avevi mai provato, in 3D”. (qui le foto dell’evento)

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Come hackerare una sedia nell’era dell’open design

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Quando mi ha scritto Viviana Narotzky, storica del design e presidente di ADI-FAD, sono rimasta piacevolmente stupita perché per la prima volta mi sarei ritrovata a raccontare di moda collaborativa in un contesto di puro design. L’evento intitolato “Open Design, Shared Creativity” (Design aperto, creatività condivisa) si è tenuto durante un forum internazionale organizzato proprio lo scorso luglio durante il Festival del Design a Barcellona, che ha riunito vari pensatori e sperimentatori intorno al tema dell’open design.

Non si trattava del primo evento incentrato su questo tema in Europa, già ad Amsterdam e a Berlino lo scorso anno si era detto e fatto molto, specialmente a partire dal lancio del libro “Open Design Now! Why design cannot remain exclusive” (Design aperto ora! Perché il design non può rimanere esclusivo) che oggi è considerato una sorta di reader per chi vuole capire lo stato dell’arte delle riflessioni sul design dai codici aperti. Il libro, una raccolta di saggi ed interviste, è pubblicato in forma cartacea ma già ora sul sito è possibile leggere gran parte dei pezzi perché a partire dalla pubblicazione è stato rilasciato online l’80% del suo contenuto e presto raggiungerà la sua completa “apertura”.

Il mio stupore derivava dal fatto che, in questi ultimi anni, le tematiche del design open source hanno quasi sempre ricevuto attenzione in contesti più lontani dal design industriale e di moda. Come ha detto Ronen Kadushin, uno tra i designer partecipanti al forum, il concetto di open design rappresenta uno dei tentativi di chiudere il vuoto creativo tra il design di prodotto e gli altri campi creativi come la musica, la grafica, la fotografia. Un tentativo messo in atto attraverso le relazioni tra i prodotti e le economie che si sono sviluppate grazie alle opportunità di condivisione legate al web 2.0 e alla diffusione di macchine a controllo numerico.

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Perché ho chiesto a Passera e Profumo un FabLab in ogni città

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Ne sono certa, ci sono tante cose che possiamo fare per innescare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno. L’articolo di Massimo Banzi è un’altra prova del fatto che l’innovazione in Italia non sia un fantasma. Anche io qualche giorno fa ho lanciato una proposta all’interno della discussione pubblica per l’Agenda Digitale Italiana: creare un Istituto per la Manifattura Digitale. Il suo compito? Finanziare e pianificare per i prossimi 10 anni l’apertura di laboratori d’innovazione focalizzati su open design, manifattura sostenibile e artigianato digitale. Potete commentare l’idea e votarla se siete d’accordo.

So cosa volete chiedermi: ma in un paese come l’Italia un istituto del genere serve davvero? Sì, perché investire su creatività e tecnologia rappresenta un’opportunità che non possiamo ignorare ma, allo stesso tempo, non è un’impresa facile. L’entusiasmo con cui vengono raccontate le storie di innovazione e startup a volte ricorda un po’ la retorica dei “due cuori e una capanna”. Nel caso delle startup, si parla spesso di due computer e una scrivania, le uniche infrastrutture – oltre alle ore di lavoro – che hanno permesso la nascita di aziende milionarie. Bene, in realtà non bastano, serve anche un piano concreto.

Quando guardiamo le storie di successo spesso abbiamo la tendenza di concentrarci sul risultato finale senza soffermarci a sufficienza sul percorso che ha portato al traguardo. Dopo tutto, siamo ben consapevoli del fatto che la formula giusta non si può trovare in un weekend. Pochi sanno che Angry Birds, il videogame blockbuster per smartphone creato dalla Rovio, è il 52° tentativo di gioco in 8 anni da parte dell’azienda, che ha rischiato la bancarotta. O che Pandora, la piattaforma di internet radio, è stata presentata a più di 300 finanziatori prima di trovarne uno disposto a lanciarli.

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Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome

Openwear al World Wide Rome

Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole.

Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare i capi acquistati nei mesi precedenti perché “non sono più di moda” perdendo la loro aura di “coolness” ed esclusività. In economia questa strategia applicata su molti prodotti, specialmente tecnologici, è chiamata obsolescenza indotta e la trovate spiegata in modo chiaro in un documentario disponibile su YouTube intitolato “Obsolescenza Programmata – Il motore segreto della nostra società dei consumi”.

Nel suo intervento però la Blakely non si sofferma sulle conseguenze di questo sistema, sulle sue esternalità negative, ossia gli effetti che l’azione di tali soggetti economici ha sul benessere di altri soggetti non direttamente coinvolti. In questo caso ci riferiamo ai lavoratori dell’intero sistema moda, periferici o meno, e agli equilibri ecologici del territorio.

Qualche anno prima, nel 2005 San Precario insieme a un gruppo di precari/e (freelance, micro-imprese e collaboratori) impegnati a lavorare durante la settimana della moda si sono presi la libertà di sfidare la sfavillante vetrina della Camera della Moda facendo sfilare una finta stilista, all’interno del calendario ufficiale.

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Where does all the clothing go? – Insights from academic research, but without the jargon

Everything must go exhibition

This post was written by Pamela Ravasio and orginally posted on Shirahime

From Friday 20 to Sunday 22nd of January 2012 the ‘Everything must go‘ exhibition in the South Bank’s Oxo Wharf (London, UK) opened its doors to the public.
The event was in many ways special: Not only aimed at bringing interested non-academics and academics together, but its principle aim was to convey to the general public academic research results around recycling commodity chains (from the ‘Waste of the World’ and ‘Worn Clothing‘ project) acquired over the course of 5 full years. The mentioned two projects have 2 major focus areas: Clothing Recycling and the recycling (scavenging) of ships in dedicated shipyards. While the facts and stories about ship recycling impressed through the strength and rawness of their on-site report, it was the how ingeniously literally everything gets a new lease of life left in developing country that made a a lasting impression on me.

This all said, it was the results related to clothing recycling that were the most detailed, and made most accessible to the public through written information, artefacts, and over the course of a day of presentations and panel discussions with seasoned experts. The exhibition was well curated, and stroke overall a good balance between exhibition artefacts, hands on experiences (e.g. upcycling clothes), explanations of processes central to the clothing and rag recycling industry, and finally short documentaries that gave as a good a ‘first hand’ insight as can be expected from a film as opposed to actually being on-site.
(Note: Make sure to check out ‘Unravel’, a documentary about women working as cutters in Panipat.)

The amount of insights offered was staggering, and it is difficult to summarise them in just a few lines. However, the points that were repeatedly made across the entire exhibitions as well as the presentations and discussions are the following:

  • Clothing recycling – or any recycling for that matter – has in first instance little to do with either environmental protection or charity. It is through and through a commercial business – even for the charities and clothing banks involved – that while complicated, can reap substantial benefits. Few consumers in the West are aware that there is a whole industry that not only depends, but indeed banks on their overconsumption.
  • The ‘fast fashion’ phenomenon has impacted substantially on the quality of clothing donated (which in any case amounts to only about 50% of all garments discarded, the remainder going to landfill as consumers do not separate from general waste), and hence of what can be created from it. In numbers:
    – In 2006, the average life span of a garment (in London, UK) was of 3 years. However, Primark Oxford street did not open until 2007 …
    – When in 2008 about 80% of all donated clothing could be reused in one way or another – either as second hand clothing through charity shops, or through sales to rag sorters -, in 2011 this percentage had fallen to an estimated 60 – 70%.
    – In the same period, the amount of clothing donated has decreased by about 20% (estimates say however, this is NOT the case for the total amount of clothing discarded).
  • There is no such thing as ‘waste’ in the sense of ‘it’s thrown out and will disappear’. Certainly in developing countries, everything has a use and will, if necessary, be transformed to serve a new purpose. There is therefore a direct correlation between the lack of resources and the degree of innovation and inventiveness.
  • Recycling work, not the least in textiles, is often dirty and potentially dangerous work, wherever this occurs in the world. And it should indeed be recognised as such.
  • Design, certainly in the ‘developed’ hemisphere of the world,has so far spent very little thought about what happens with a product – a garment in this case – once it has been retired from its initial use. While this has historically not always been the case – there is many an example how objects were created to serve varying purposes during their life span – the consumption economy has made ‘waste’ an acceptable by-product. But unless the different live stages of an object are considered right from the beginning in the design stage, its later-in-life usefulness remains a challenge.
  • Looking at the bigger picture, the talks, in combination with the exhibits, managed to draw a well understandable and memorable sketch of the mechanisms of the global clothing recycling industry. For instance:

  • Only 15% to 20% of the clothing donated is suitable for resale in a charity shop.
  • The remainder is sorted initially in the UK and then (in all but a few cases) shipped abroad for further processing. What happens in the UK is where the most money can be made of initially, among which is the sales of clothing bales to countries such as Mozambique or Senegal.
  • 20% of clothing is shipped to India for further processing, composed of 12% sweaters that are sold to the shoddy industry (for recycling & re-manufacturing), 5% jeans and 3% cloth.
  • Panipat in India is the world’s largest production centre (300 mills, importing some 100’000 tons of worn jumpers, coats and suits annually) for shoddy yarns, and through that equally one of the worlds largest suppliers of (cheap) emergency wool blankets for international cooperation agencies.
  • Panipat produced in 2007-8, the local industry produced 43 million kgs of shoddy yarn, 18 million blankets (wool as well as shoddy), and 33 million meters of shoddy fabric. The industry employs 30’000 men in spinning unit (no women, as it is fairly dangerous and physical work), 20’000 weavers (again, men only), 6-7’000 men in raising and finishing units, plus thousands of women cutters (i.e. rag sorters, slashers) and workers in secondary industries.
  • The first port of call for all clothing shipments to India is usually a special economic zone in Gujarat, where clothes are sorted once again according to their subsequent use. Garments that are in wearable state will be slashed (as India prohibits imports of second hand clothing good enough to be worn), baled, and then trucked to the next processing units.
  • Second-hand clothing is widely available and worn in countries where the local industry either does not produce clothes at a price point affordable to the average person, or where their is no local apparel/fabrics industry … or where at some point of time either the locally produced stuff was not of good quality, or else design-wise out dated.
  • Everything must go exhibition

    The exhibition proved overall that no matter of how we look at it, we know very little of what is really happening to clothing (and other products) once they’ve expired from their first life. The value chains from that point onwards are however not negligible at all, and are a source of income – sometimes even fortune – of a large number of people. But, as it happens with most industries that rely on making a profit from low product margins, the majority of recycling industries have moved further East where salaries are cheaper, workers desperate to have work, and legal regulations not quite as stringent as in Europe or the US.

    The industry would in fact not be able to survive otherwise. Which leads to the conclusion that much of our European recycling streams, and hence waste management concepts, entirely depend on overseas processing units. If it were not for these, we’d be swallowed already by the amounts of waste we produce ourselves.