Makers e Copyright

(articolo uscito su Doppiozero)

Todd Blatt è un ingegnere meccanico di Baltimora appassionato di fantascienza e fantasy. Da un paio di anni passa il suo tempo a ricreare oggetti presenti nei film di genere di cui è appassionato. Todd frequenta anche la comunità online theRPF, i cui i membri condividono trucchi e istruzioni per realizzare i complementi di costumi accessoriati. Fin dagli anni ’90, gli utenti di theRPF sono una sorta di makers ante litteram che per dimostrare il proprio amore per un particolare film o serie tv si divertono a travestirsi come i personaggi, ricostruendo i materiali di scena, magari facendo crescere la propria reputazione online fino a riuscire a partecipare da protagonisti a una convention di Star Trek. E’ la principale “Prop community”, dall’inglese “Theatrical property”, materiali di scena.

Todd però è un prop diverso dagli altri. Perché i suoi accessori non sono realizzati con tecniche di artigianato classico, come la maggior parte degli altri; sono progettati con un programma CAD e i file sono caricati su una piattaforma online di servizio di stampa 3d. In questo modo, chi lo desidera può acquistarne una copia fisica, selezionando il materiale preferito. Sotto un certo punto di vista non si tratta di una vera e propria produzione, di quelle che vengono vendute in mercatini o nei negozi. Todd mette solo a disposizione il file in modo che copie fisiche siano prodotte e spedite on-demand a fan come lui sparsi in tutto il mondo. Dalla chiave Tardis del Dr.Who alla collana che indossa Harry Potter, sino ad arrivare ad Argus, il cubo sfaccettato che nel film di Steven Spielberg Super 8 va a comporre l’astronave aliena.

Per far conoscere la sua ultima creazione di cui va molto fiero, Todd ha scritto un post sul forum di theRPF e le reazioni non sono tardate. Due giorni dopo ha ricevuto una lettera di “Cease and Desist” dagli avvocati di Paramount Pictures (casa produttrice di Super 8): la richiesta di eliminare il file del cubo Argus dalla rete per non essere coinvolto in una causa legale per violazione di copyright. Sapendo di non poter perdere tempo e soldi contro un’istituzione dalla potenza di fuoco come la major in questione, Todd ha eliminato immediatamente il file. Continue reading Makers e Copyright

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3 storie che dimostrano che la forza dell’innovazione non sono le tecnologie ma le persone

Articolo originariamente pubblicato su Chefuturo.

Una delle peculiarità che rendono Fablab e Makerspace di forte impatto nel contesto sociale cui sono immersi è la loro capacità di trasformare gli individui dal ruolo di passivi utilizzatori a quello attivo di Makers in grado di trovare soluzioni alle proprie necessità, dare concretezza alle proprie intuizioni.

Ciò è possibile da un canto attraverso la valorizzazione di strumenti e materiali locali, dall’altro canto attraverso una conoscenza condivisa globalmente, non per schemi generali imposti dall’alto, ma iterando in maniera continuativa teoria e pratica.

Il percorso di questa trasformazione passa attraverso la capacità di guardare ciò che ci circonda con occhi nuovi perchè, forse per la prima volta, abbiamo provato sulla nostra pelle la felicità che ci coglie quando capiamo come funzionano gli oggetti intorno a noi e riusciamo a risolvere autonomamente delle necessità nostre o di altri, senza per forza indossare l’etichetta degli esperti.

Steven Johnson in un interessante intervento a TED del 2010, con la “traduzione” in fumetti nel video qui sotto, esplora le modalità e i contesti in cui tante piccole idee si trasformano in grandi idee e come facilitare il passaggio dalle prime alle seconde.

L’obiettivo è semplice: capire come si può migliorare l’incidenza di idee rivoluzionarie sarebbe rivoluzionario in sè. Continue reading 3 storie che dimostrano che la forza dell’innovazione non sono le tecnologie ma le persone

3d printing and wood at Paris fashion week

3dprinted dress

An experimental new material was put to use in the creation of a flexible, soft dress of stunning complexity, produce with Laser Sintering technique.

Austrian architect Julia Koerner explains, “My collaboration with Materialise for the 3D printed dress for Iris van Herpen’s Haute Couture Show ‘Voltage’ 2013 reveals a highly complex, parametrically generated, geometrical structure. The architectural structure aims to superimpose multiple layers of thin woven lines which animate the body in an organic way. Exploiting computational boundaries in combination with emergent technology selective laser sintering, of a new flexible material, lead to enticing and enigmatic effects within fashion design. New possibilities arise such as eliminating seams and cuts where they are usually placed in couture.”

Learn more here

Using a different technique and approach, Sruli Recht items are made of layers of walnut wood divided into triangles and then mounted on a textile base forming the geometric shapes of the garments.

Take a look at the video below (and spot the quadcopter!):

La meraviglia della stampa 3D spiegata ai nonni

Stampante 3d in azione

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Le parole sono utili, i racconti e le spiegazioni scientifiche anche, ma finchè una tecnologia non si rende evidente nel risolvere  problemi quotidiani o  facilitare la nostra vita in modo concreto è difficile capire perchè è importante investirci.

Il punto della fabbricazione rapida non è, per esempio, solo mostrare  come funziona tecnicamente una stampante 3d, una lasercut o una fresa a controllo numerico. Conta soprattutto rendersi conto di cosa significhi in senso più ampio la sua applicazione nella nostra società. In che modo quindi la sua portata dirompente ci tocca direttamente e molto più rapidamente di quanto altre tecnologie lo hanno fatto nel passato.

Con Wefab, progetto che sto seguendo parallelamente a Openwear, da più di un anno stiamo organizzando eventi (in attesa di avere un makerspace per farlo tutti i giorni ) cercando di individuare e mettere in pratica modi innovativi di abilitare le persone a creare e produrre autonomamente, attraverso la collaborazione e la condivisione dei saperi e l’utilizzo di tecnologie di prototipazione rapida come quelle citate sopra.

Questa volta ci siamo dedicati alla stampa 3D, dando luogo ad  un’iniziativa che mettesse al centro il suo lato più creativo e produttivo. L’evento si è svolto sabato 20 ottobre in Zona Tortona, quell’area di Milano dove ogni anno si celebra il Fuorisalone e dove lo Spazio Concept si è offerto di ospitarci con l’iniziativa dal titolo: Design Smash 3D – Un contest di design come non l’avevi mai provato, in 3D”. (qui le foto dell’evento)

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Come hackerare una sedia nell’era dell’open design

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Quando mi ha scritto Viviana Narotzky, storica del design e presidente di ADI-FAD, sono rimasta piacevolmente stupita perché per la prima volta mi sarei ritrovata a raccontare di moda collaborativa in un contesto di puro design. L’evento intitolato “Open Design, Shared Creativity” (Design aperto, creatività condivisa) si è tenuto durante un forum internazionale organizzato proprio lo scorso luglio durante il Festival del Design a Barcellona, che ha riunito vari pensatori e sperimentatori intorno al tema dell’open design.

Non si trattava del primo evento incentrato su questo tema in Europa, già ad Amsterdam e a Berlino lo scorso anno si era detto e fatto molto, specialmente a partire dal lancio del libro “Open Design Now! Why design cannot remain exclusive” (Design aperto ora! Perché il design non può rimanere esclusivo) che oggi è considerato una sorta di reader per chi vuole capire lo stato dell’arte delle riflessioni sul design dai codici aperti. Il libro, una raccolta di saggi ed interviste, è pubblicato in forma cartacea ma già ora sul sito è possibile leggere gran parte dei pezzi perché a partire dalla pubblicazione è stato rilasciato online l’80% del suo contenuto e presto raggiungerà la sua completa “apertura”.

Il mio stupore derivava dal fatto che, in questi ultimi anni, le tematiche del design open source hanno quasi sempre ricevuto attenzione in contesti più lontani dal design industriale e di moda. Come ha detto Ronen Kadushin, uno tra i designer partecipanti al forum, il concetto di open design rappresenta uno dei tentativi di chiudere il vuoto creativo tra il design di prodotto e gli altri campi creativi come la musica, la grafica, la fotografia. Un tentativo messo in atto attraverso le relazioni tra i prodotti e le economie che si sono sviluppate grazie alle opportunità di condivisione legate al web 2.0 e alla diffusione di macchine a controllo numerico.

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Perché ho chiesto a Passera e Profumo un FabLab in ogni città

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Ne sono certa, ci sono tante cose che possiamo fare per innescare la rivoluzione di cui abbiamo bisogno. L’articolo di Massimo Banzi è un’altra prova del fatto che l’innovazione in Italia non sia un fantasma. Anche io qualche giorno fa ho lanciato una proposta all’interno della discussione pubblica per l’Agenda Digitale Italiana: creare un Istituto per la Manifattura Digitale. Il suo compito? Finanziare e pianificare per i prossimi 10 anni l’apertura di laboratori d’innovazione focalizzati su open design, manifattura sostenibile e artigianato digitale. Potete commentare l’idea e votarla se siete d’accordo.

So cosa volete chiedermi: ma in un paese come l’Italia un istituto del genere serve davvero? Sì, perché investire su creatività e tecnologia rappresenta un’opportunità che non possiamo ignorare ma, allo stesso tempo, non è un’impresa facile. L’entusiasmo con cui vengono raccontate le storie di innovazione e startup a volte ricorda un po’ la retorica dei “due cuori e una capanna”. Nel caso delle startup, si parla spesso di due computer e una scrivania, le uniche infrastrutture – oltre alle ore di lavoro – che hanno permesso la nascita di aziende milionarie. Bene, in realtà non bastano, serve anche un piano concreto.

Quando guardiamo le storie di successo spesso abbiamo la tendenza di concentrarci sul risultato finale senza soffermarci a sufficienza sul percorso che ha portato al traguardo. Dopo tutto, siamo ben consapevoli del fatto che la formula giusta non si può trovare in un weekend. Pochi sanno che Angry Birds, il videogame blockbuster per smartphone creato dalla Rovio, è il 52° tentativo di gioco in 8 anni da parte dell’azienda, che ha rischiato la bancarotta. O che Pandora, la piattaforma di internet radio, è stata presentata a più di 300 finanziatori prima di trovarne uno disposto a lanciarli.

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Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome

Openwear al World Wide Rome

Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole.

Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare i capi acquistati nei mesi precedenti perché “non sono più di moda” perdendo la loro aura di “coolness” ed esclusività. In economia questa strategia applicata su molti prodotti, specialmente tecnologici, è chiamata obsolescenza indotta e la trovate spiegata in modo chiaro in un documentario disponibile su YouTube intitolato “Obsolescenza Programmata – Il motore segreto della nostra società dei consumi”.

Nel suo intervento però la Blakely non si sofferma sulle conseguenze di questo sistema, sulle sue esternalità negative, ossia gli effetti che l’azione di tali soggetti economici ha sul benessere di altri soggetti non direttamente coinvolti. In questo caso ci riferiamo ai lavoratori dell’intero sistema moda, periferici o meno, e agli equilibri ecologici del territorio.

Qualche anno prima, nel 2005 San Precario insieme a un gruppo di precari/e (freelance, micro-imprese e collaboratori) impegnati a lavorare durante la settimana della moda si sono presi la libertà di sfidare la sfavillante vetrina della Camera della Moda facendo sfilare una finta stilista, all’interno del calendario ufficiale.

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