Category: educational

Textile Academy bootcamp in Barcelona

Fabricademy is a new textile academy  functioning on the same principles and infrastructure of the global Fab Lab network, but focused on new alternative materials, processes and techniques related to textiles, wearables and soft fabrication. The class will be launched in September 2017, with a top level faculty and an extensive program of 13 weeks, followed by two months of individual project development. Many labs around the world have already expressed interest in participating to this program and it will be opening soon students applications. The course is planned to be carried out all over the world with local and remote sessions.

Back in February 2017 I participated to the 1-week bootcamp with a lecture on Hacking Fashion with open source and I will be curating a training module at Fabricademy.  We had a great time, tinkering and experimenting with the students and mentors: take a look to the photo Gallery on flickr and read the wrap-up blogpost.

This was the Bootcamp schedule:

Presentation of Fab Textiles projects & TextileLab Amsterdam projects.

Introduction to the new Textile Academy course of September 2017

TALKS: Hacking the Fashion Industry, by Zoe Romano

TALKS: Open Source Hardware, by Varvara Guljajeva & Mar Canet

TALKS: 3D scanning & 3D printing, by FabAcademy

TUTORIAL: Computational Fashion, by Aldo Sollazzo

TUTORIAL: E-textiles & Wearables, by Ángel Muñoz

TUTORIAL: 2D modeling for laser cutting and tutorial of 3D modeling for CNC milling

IN DEPTH: Biomaterials and Biocomposites, by Cecilia Raspanti & Anastasia Pistofidou

JAM session in collaboration with local fashion designers and artists

Inventare per imparare: così il mio Fablab cambia il mondo della scuola

(originally created and posted on CheFuturo)

Pensare a nuove soluzioni e renderle concretamente attuabili e diffuse non è un compito semplice.  Per anni si è guardato con ammirazione e curiosità ai gruppi di lavoro dei team di Ricerca&Sviluppo  presenti nelle grandi aziende, catalizzatori di talenti e in grado di investire risorse nell’individuare percorsi attuabili e soprattutto profittevoli. Oggi sono poche le aziende e le istituzioni che riescono a tenere il passo perché forte è la domanda di innovazione  e soprattutto diverso e articolato è il percorso per raggiungerla.

Il 17 giugno scorso in occasione dell’Innovation Week organizzata da Edison in collaborazione con Wired, ho partecipato al tavolo di discussione dal titolo “Digital Culture: cultura e competenze digitali tra formazione, impresa e lavoro” per condividere il punto di vista sull’impatto di fablab e makerspace nella formazione.

Il dibattito è partito dall’assunto condiviso che garantire l’accesso alle tecnologie oggi e fornire ai cittadini gli strumenti per la diffusione e l’apprendimento delle competenze digitali è una necessità irrinunciabile

Tutti sappiamo che l’Italia si trova agli ultimi posti della graduatoria europea inalfabetizzazione digitale e l’obiettivo del tavolo di discussione consisteva nel capire quali azioni, operative e strategiche, fosse possibile avviare per invertire la rotta e facilitare lo sviluppo di pratiche e tecnologie che avrebbero significative e positive ricadute in tutto il territorio.

L’impresa non è delle più facili, Oggi infatti credo sia necessario parlare di innovazione diffusa  perché non si tratta di un affare per pochi: la capacità di guardare con occhi diversi e modificare ciò che ci circonda è diventata un’esigenza di cittadinanza e quindi la sfida è culturale.  Finora l’approccio tecnologico è sempre stato inquadrato come percorso formativo specializzato, per qualcuno ma non per tutti. oggi è necessario farlo diventare una ricetta da cucinare ogni giorno, composta da ingredienti e life skills come il pensiero critico, la capacità di analisi e di lavorare in gruppo.

L’apporto che ho cercato di portare nella conversazione insieme ad altri “esperti”, nel pomeriggio messo a disposizione, prende spunto dall’esperienza che abbiamo sviluppato a WeMake, il makerspace e fablab aperto circa un anno e mezzo fa a Milano. In questi mesi infatti abbiamo progettato, sperimentato e svolto diversi percorsi formativi e workshop informativi destinati a ragazzi e adulti e inoltre partecipato al tavolo di co-progettazione delle politiche giovanili del Comune di Milano. Diverse scuole sono venute in visita, abbiamo ospitato ragazzi in tirocinio e, in alternanza, siamo stati ospitati nelle scuole con percorsi esperienziali legati all’acquisizione delle competenze di cittadinanza oltre che delle abilità digitali per ragazze dai 10 ai 13 anni.

Per chi ancora non si fosse avvicinato al mondo dei makers, il concetto FabLab è nato come componente educativa di sensibilizzazione su tematiche di tecnologia e innovazione sociale al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e finanziato dal Centro di Bits & Atoms.FabLab significa laboratorio di fabbricazione e rappresenta una versione in scala ridotta di una specie di fabbrica di produzione.

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FABLAB: LABORATORI DI FABBRICAZIONE PER ARTIGIANI DIGITALI

Mentre le fabbriche sono utili per la fabbricazione di migliaia di pezzi in catena di montaggio, il fablab può essere frequentato da cittadini di ogni provenienza formativa per creare prototipi e modelli di ingegneria e architettura o di oggetti intelligenti attraverso una progettazione basata su computer o software di disegno, hardware accessibile e nella maggior parte dei casi software Open Source. Tali strumenti sono utilizzati per creare modelli che vengono poi completati nella loro forma fisica utilizzando una macchina per il taglio laser, fresatrici per il legno e metallo, stampanti 3d o anche macchine da maglieria.

La natura trasversale delle tecnologie di fabbricazione si presta alla messa in pratica di approcci scientifici, ingegneristici e tecnologici di base, e  stimola un “saper fare” all’interno della comunità per imparare dagli altri in un contesto creativo, innovativo e spontaneo.

I FabLab non sono un’esperimento completamente nuovo e originale perché possono essere visti come una sorta di evoluzione degli hackerspace, i laboratori di informatica autogestiti diffusi in tutta Europa, specialmente in Germania intorno agli anni ’90.

Un passo in più è però stato fatto. I FabLab stanno diventando sempre più centrali nella produzione di capitale umano qualificato necessario per un futuro di ricerca e sviluppo autonomo, capillare e distribuito sul territorio specialmente nel momento in cui chi li fonda conosce il territorio e ne segue le specificità attrezzando lo spazio per rispondere alle esigenze dei contesti spontanei che lo circondano. E da questo approccio nasconoMakerspace con tematiche più definite, attrezzati a partire dalle necessità più settoriali.

Oltre a ciò il tavolo sulla Digital culture promosso da Edison ci ha permesso di confrontarci sul significato della formazione oggi, su metodi e approcci che si dovrebbero adottare e su quelli da cui attingere. Si discute molto della rivoluzione apportata al sistema scolastico in nord europa e di flipped classroom sul modello statunitense.

Nel nostro paese facciamo molto in fretta a valorizzare quello che ci propongono dall’estero anche quando abbiamo degli esempi in Italia che hanno fatto scuola nel mondo. Il Metodo Montessori e l’esperienza di Reggio Emilia sono sicuramente un punto di riferimento da cui siamo partiti a WeMake per introdurre nelle scuole una didattica costruttivista, non frontale per il trasferimento delle competenze trasversali e digitali.

FABSCHOOL: DAL PROBLEM SETTING AL PROBLEM SOLVING

Con le attività formative promuoviamo l’acquisizione di competenze digitali nei processi di risoluzione di problemi o di progettazione di oggetti e strumenti, secondo una logica di apprendimento per scoperta e ricerca.

Per le scuole ci piace molto usare questo mantra: “inventare per imparare”

Ed è il nostro punto di partenza nella progettazione anche dell’iniziativa Fabschoolpresentata recentemente al Forum Ambrosetti insieme a Fondazione Cariplo e di cui Wemake segue la progettazione del progetto pilota in partenza a Novembre.

Nelle scuole infatti agiamo su un doppio binario:  siamo agenti di cambiamento in quanto integriamo l’offerta formativa da un lato e dall’altro alimentiamo con le nostre azioni un dibattito sui processi di apprendimento e sui metodi di trasferimento delle competenze, ponendo la (auto)valutazione al centro del processo.

Nelle scorse esperienze formative abbiamo riflettuto a lungo con gli insegnanti sulle competenze effettivamente acquisite  e un aspetto importante che abbiamo rilevato è che alcune di  queste non hanno a che fare con le tecnologie ma sono preziose nel contesto lavorativo contemporaneo, per esempio l’abilità con cui si affrontano le varie fasi di un processo: dall’esplorazione e “problem setting” fino al “problem solving” e alla comunicazione, oppure le abilità relazionali come collaborazione, autonomia personale, e coinvolgimento attivo. Infine le capacità organizzative, gestionali di un processo, spirito d’iniziativa e imprenditivita’ che fanno davvero la differenza.
Il risultato interessante a cui abbiamo assistito è  stato una forte (ri)motivazione allo studio dei ragazzi e delle ragazze beneficiari di questo tipo di percorsi e la valorizzazione del sistema scuola.

Fablab, Makerspace, tecnologie digitali e scuola rappresentano, a nostro parere, un forza creativa che, se fatta lavorare in sinergia, potrebbe darci dei risultati piacevolmente inaspettati.

Il sistema dei Makers per Out of Fashion a WeMake

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A meta’ gennaio (venerdi’ 16 e sabato 17) ospitiamo presso Wemake Makerspace un modulo di Out of Fashion, primo corso di formazione sulla cultura della moda consapevole, etica e innovativa. Oltre a esaminare l’ecosistema dei makers e il concetto di Brand open source sviluppato da Serpica Naro e continuato nel progetto Openwear, introdurro’ alle tecnologie di prototipazione rapida con un percorso teorico e pratico su lasercut e stampa 3d:

Da una parte l’etica, dall’altra una nuova metodologia di lavoro a partire dalla tecnologia digitale come opportunità per il sistema della moda. Verrà affrontato il concetto di brand dai codici aperti e le potenzialità di un’evoluzione verso una nuova prospettiva del lavoro nella moda fondata sulla condivisione, la collaborazione e l’innovazione. Dal brand open source alla digital fabrication, passando per l’ecosistema di Makers e alcuni esempi di imprese creative con obiettivi e finalità fuori dagli schemi di start-up classica.

Workshop pratici di prototipazione e produzione on demand sull’utilizzo della lasercut e dei comandi di grafica vettoriale per tagliare e decorare un accessorio indossabile di feltro, e della stampa 3d per accessori e componenti.

Qui trovi il programma >>

Incontro allo IUAV di Treviso

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Amanda Montanari, ricercatrice allo IUAV mi ha invitato per un contributo durante la serie di incontri organizzati all’interno del percorso didattico “Refraiming Sustainability. A geography of lo-fi practice“:

Il workshop Refraiming Sustainability prevede una struttura portante caratterizzata dalla riedizione della Lo-fi Theory osservata nell’ottica della ricerca di sostenibilità nell’ambito della produzione e del consumo della moda. Lo strumento della mappatura, sia in termini tecnici che filosofici, ci porterà ad individuare sul territorio veneziano quelle pratiche di uso dell’abito e degli oggetti quotidiani che sono connesse all’emergente visione della sostenibilità.
Questa visione si servirà di due preziosi interventi differenti. Zoe Romano, del team di Arduino, verrà a parlarci di Brand open source e di digital fabrication; Kate Fletcher (London College of Fashion) ci presenterà il progetto Local Wisdom.
La forma che daremo all’intera mappatura sarà frutto di una continua negoziazione tra i partecipanti.

con la partecipazione di
Zoe Romano e Kate Fletcher

UPDATE: Il percorso è culminato con una mostra fotografica presso la Sede di Unindustria Treviso.

Open source branding lecture at Parsons

Zoe Romano -  Parsons

Last month I was in New York invited by Otto von Busch at The School of Design Strategies for a lecture and a workshop about the concept of open source  in fashion and how I experienced it through the projects I co-funded starting from 2005 ( Serpica Naro and Openwear).

The SDS is “an experimental educational environment configured to advance innovative approaches to design and business education in the evolving context of cities, services, and ecosystems”.

Below you can find the slides of the lecture and here some pictures of the workshop!

It was a great experience working together with Otto but also Pascale Gatzen and finally meeting with Giana, from Hacking Couture.

Designing Economic Cultures

Designing economic cultures

Designing Economic Cultures is a three year long research project that Brave New Alps have been carrying on since January 2011 investigating the relationship between socio-economic precarity and the production of socially and politically engaged design projects.

The main question they are trying to answer is: how can designers, who through their work want to question and challenge the prevalent economic system with its organisational forms and problematic consequences, gain a satisfying degree of social and economic security without having to submit themselves to the commercial pressures of the market?

I was one of the persons involved for the interviews and here’s the result.
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CONVERSATION
This conversation was held in Zoe’s kitchen in Milan in February 2012.

Bianca Elzenbaumer: Considering all the creative activist groups you have initiated and been part of, we are wondering what path brought you to be so thoroughly engaged with precarity. Could you trace your path for us?

Zoe Romano: At the beginning I was studying philosophy, because at the age of nineteen, I did not know what I wanted to do in life. I only knew that I wanted to work little and earn the most money out of this little work. I used to work when I was in high school and had realised that working was pretty tough, sucking a lot of your energy. Therefore, my aim was to go to university in order to get a highly-paid job that would allow me to work just part-time. (laughs) That way I hoped to have time for developing my personal ideas and for all the other things I wanted to do in life. So I studied moral philosophy here in Milan, because my parents would not pay for my studies abroad, insisting that here I could get all I needed. And I accepted their position, knowing from all my older friends who were working and studying at the same time, that by needing to sustain myself away from home it would take me a very long time to finish university. So I concentrated on my studies, hoping to finish them in a reasonable time. Studying philosophy was good though, because it was teaching me how to think. It was like a psychological treatment for me. Discovering all those philosophers who were thinking about the meaning of mankind and asking these big questions, taught me that the important thing is to ask questions more than to find answers. For me, it was a good training to understand the situation we are living in and to find the right perspective to solve problems.

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Hacking design and fashion with Otto

Cover picture of ”Fashion-able"

Cover picture of ”Fashion-able\”

(segue in italiano)

Three years ago, in an interview with We Make Money not Art, Otto Von Busch talked about “fashion renegades” as the people using unconventional strategies to modify the fashion system in order to injecting liberation and empowerment in its channels:

This is what makes hackers similar to heretics; they oppose the hierarchical role of the interpreter, administrator, or author, but not the power itself – code or faith. The heretic is not an atheist, but someone hacking the institutional and hierarchical interpretation of the faith. Like the hacker, modder, or tinkerer the heretic is keeping the power on, not renouncing or opposing the core or energy of a system. Using faith for liberation and empowerment.

Interpreted in this way the sewing machine can become a tool for liberation, and fashion is transformed int a collective experience of empowerment, of sharing methods and knowledge of craft.

I’ve been in touch with Otto through email in the last year to share with him our work in progress with Openwear and to involve him in some of our future activities. His work as fashion theorist and hacktivist was a great source of inspiration for my personal and collective activity.
I’m preparing 5 questions to send him for a short interview to publish on this blog and to share with you what he’s been up too recently. In the meanwhile I wanted to show you a couple of resources useful to give you an idea of what it means to mix hacking and design:

A video about one of his workshops on upcycling:

And here you can download a web version (in PDF) of his thesis called: ”Fashion-able: Hacktivism and Engaged Fashion Design”, where he explores artistic research projects around fashion that unexpectedly become a form of social activism.

Fashion-able cover

Fashion-able cover

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E qui potete scaricare la versione web (in PDF) della sua tesi di dottorato intitolata: ”Fashion-able: Hacktivism and Engaged Fashion Design”, dove esplora alcuni progetti artistici intorno alla moda che in modo inaspettato diventano una forma di attivismo sociale (e parla anche di Serpica Naro, l’associazione con base a Milano di cui faccio parte).

Fashion-able cover

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