Documentario Makers

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Prima che arrivasse WeMake ci chiamavamo WeFab e organizzavamo iniziative sui Makers a Milano: Matteo Ninni e il suo team Caterina Sarubbi e Paolo Tardugno nei primi anni della scena Maker italiana erano spesso presenti e curiosi di conoscere i dettagli di questo nuovo mondo intervistandone i suoi protagonisti. E questo documentario  ospitato dalla Nuvola del lavoro e’ il risultato che val la pena condividere.  L’intervista che mi hanno fatto si e’ tenuta presso uno degli appuntamenti di Popupmakers, insieme a Bertram Niessen.

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Maker al femminile, la tecnologia è un affare da donne

(articolo pubblicato su Linkiesta)

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Prendi una borsa o una maglia di lana. Puoi farle a mano con ferri e gomitolo, o usando la tecnologia con una macchina a controllo numerico e una tagliatrice laser, e magari confezionarle con un bel circuito o microchip da collegare allo smartphone. «Basta puntare sulla realizzazione di un oggetto finale concreto e anche le donne possono essere interessante al mondo dei maker», dice Zoe Romano, fondatrice del laboratorio WeMake e protagonista della due giorni “Makers al femminile-Fashion goes interactive” al Museo della scienza di Milano (8 e 9 novembre). «Se organizzo incontri in cui si dice “impara a usare questa tecnologia”, mi ritrovo solo maschi. Se dico “impariamo a costruire una lampada con una stampante 3d”, mi trovo anche le donne». Cambia l’approccio, ma la tecnologia resta, contro ogni stereotipo di genere che vuole le donne poco inclini alla scienza e gli uomini poco abili nel saper fare manuale. Continue reading Maker al femminile, la tecnologia è un affare da donne

ItaliaDesign series visited Milan (and WeMake) last june

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Italia Design is an undergraduate field school and research program offered by the School of Interactive Arts + Technology (SIAT) at Simon Fraser University in Vancouver, Canada.

The most significant contribution to the field are interviews conducted with emergent and established players in the Italian design community. Each year, a new team builds on the previous year’s research.

Gruppo Nove, the ninth group of senior design students to embark on this adventure together with Prof.Russell Taylor , came and visit me in May 2014  to discuss around design and what I do at Arduino and WeMake, the makerspace I recently founded in Milan.

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Here’s the result of that meeting and at this link you can find all the other interviews (don’t miss Giorgio Olivero, Enrico Bassi and Giulio Iacchetti videos!):

 

L’abito a energia solare. Così i wearables rivoluzioneranno la manifattura

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(originally created and posted on CheFuturo)

Le  tecnologie indossabili sono un ambito in espansione e non esiste giorno in cui non esca un articolo che ci racconta le meraviglie del prossimo accessorio intelligente che cambierà la nostra vita. Li chiamano “wearables” e stanno diventando sempre più indossabili sia grazie alla miniaturizzazione delle componenti elettroniche, per esempio dei sensori e dei microcontrollori, ma anche sempre più invisibili perchè si “embeddano” direttamente nei tessuti. Anzi sono proprio queste ultime che rendono ancora più interessanti:

Finalmente possiamo abbandonare (almeno in parte) la plastica e il metallo e lavorare sui tessuti, magari riattivando anche tutto un percorso ditradizione manifatturiera italiana che, nonostante tutto, ancora ci invidiano.

E in  questo contesto, tutto il mondo del DIY e dell’innovazione dal basso, di gruppi informali che si ritrovano in Fablab e Makerspace ma anche di micro imprese, è molto più sperimentale e dirompente delle soluzioni preconfezionate che invece ci presenta il mondo consumer tecnologico in senso classico.

Tra le varie limitazioni che non permettono uno sviluppo compiuto di tutto il mondo dei wearables, una è sicuramente la capacità delle batterie, ossia il modo in cui alimentiamo la tecnologia che  portiamo in giro e credo che qualche indizio l’abbiamo raccolto tutti con l’esperienza dei nostri smartphone, non durano mai abbastanza.

SOLAR FIBER Uno dei progetti che potrebbe rivoluzionare il modo in cui concepiamo l’energia si chiama Solar Fiber. Si tratta di una fibra solare fotovoltaica flessibile che converte l’energia solare in energia elettrica. Il team che la sta sviluppando ha un’idea molto ambiziosa, intende realizzare un filato che può essere lavorato in tutti i tipi di tessuti, che potrà essere utilizzato in tutti i tipi di applicazioni dove attualmente vengono utilizzati tessuti, ma con il vantaggio di essere in grado di produrre  corrente elettrica. Ho conosciuto Meg Grant, una delle 4 fondatrici,  ad un summer camp sugli etextile proprio l’anno scorso. Quando mi ha raccontato di Solar Fiber ho pensato che fosse un progetto interessante non solo per l’idea in sé ma sopratutto per la modalità  in cui era nata e per come la stavano sviluppando. Invece che correre a brevettarla, erano fermamente convinti di rilasciarla in open source, perchè fosse accessibile a tutti. Continue reading L’abito a energia solare. Così i wearables rivoluzioneranno la manifattura

Il futuro dei wearables? Nel mondo del DIY

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(Intervista di Federica Ionta e pubblicata su Tech2Wear)

Da almeno un anno l’annuncio è sempre lo stesso: le tecnologie wearable sono pronte a invadere il mercato e a conquistare le abitudini di tutti, adulti e bambini.Frutto del desiderio sfrenato di pochi tech-addicted o di una previsione studiata? Ne abbiamo parlato con Zoe Romano, che si occupa di Digital Strategy e Wearables per Arduino. Per scoprire che nel futuro della wearable technology c’è molto più del mercato consumer.

Cominciamo dal touch: gli analisti dicono che ormai è finita anche quell’era. C’è un legame con l’ascesa dei wearable?

Le tecnologie indossabili stanno diventanto sempre più diffuse sia per la miniaturizzazione delle componenti che per la possibilità di essere rese “invisibili”, perché embeddate direttamente nei tessuti. L’interazione con esse avviene attraverso la gestualità o una reazione automatica ai dati che da essi vengono raccolti.

C’è, secondo la tua esperienza, un settore in cui le tecnologie indossabili si applicano meglio?

In questo momento vedo piu’ promettenti l’ambito entertainment/gaming, medico/well-being e logistica. E preferisco l’approccio in cui la tecnologia è nascosta tra i tessuti, quando quindi i tessuti stessi diventando intelligenti e si va oltre l’idea del gadget tecnologico fatto di plastica o gomma.

Insomma, i campi di applicazione sono più di uno. I wearables sono davvero la “next big thing”?

L’impressione è che ci sia un desiderio molto forte di far partire un trend di espansione di un nuovo mercato piuttosto che una previsione sicura che sia proprio questo il mercato giusto su cui investire. Io preferisco mantenere un contatto con la realtà e osservare sia quello che si muove a livello consumer e la sperimentazione DIY (Do It Yourself, ndr) in corso. Una recente ricerca svolta negli Stati Uniti rileva che un terzo dei possessori di un wearable ha smesso di usarlo entro i primi 6 mesi. Altri segnali mi sembrano da tenere in conto: un paio di mesi fa FitBit, tra i brand più famosi e diffusi,  ha dovuto ritirare il suo nuovo prodotto bracciale perché causava dermatite e Nike ha annunciato di dismettere il team che ha lavorato su FuelBand per concentrarsi solo sul software. Quest’ultima mossa non è interpretabile in modo chiaro ma entrambe ci mostrano come la strada e il filone di crescita di questo settore sia per certi versi ancora un’incognita.

Proviamo a sciogliere questa ingognita. Dovendo immaginare il futuro di questa tecnologia, cosa possiamo dire oggi?

Tutto il mondo del DIY e della componentistica  è molto più interessante del mondo consumer tecnologico in senso classico. Le sperimentazioni e i progetti che nascono da una collaborazione dal basso, spesso sono più stimolanti rispetto all’accessorio indossabile che si trova nei negozi. Abbiamo già visto come l’apertura dei codici e l’hackerabilità dei prodotti stia diventando un plus per sempre più persone. Il sapere “cosa c’è dentro e come funziona”, quali sensori contiene, quali dati personali raccoglie e come questi dati sono usati dall’azienda che mi vende il gadget, diventano informazioni e features richieste da sempre più ampie fette della popolazione.

E da un punto di vista sociologico le indossabili influenzeranno le relazioni tra le persone?

Sì, sicuramente. L’aspetto più dirompente è quando un prodotto è stato pensato per un determinato uso e poi le stesse persone che lo utilizzano o addirittura intere community lo modificano per farne altro, magari con un impatto sociale che i produttori stessi non si erano neanche immaginati. Questo può avvenire solo se iwearables sul mercato sono stati pensati come maker-friendly e non chiusi e univoci come la maggior parte dei gadget tecnologici.

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L’intervista | Massimo Banzi: “Con la Maker Faire 2014 torna l’Italia che sa innovare davvero”

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L’intervista  pubblicata su CheFuturo è un progetto a quattro mani con Sabina Barcucci*, Lab Manager del MUSE FabLab.

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Il tempo vola. Siamo ancora ubriachi dalla scorsa edizione di Maker FaireRome ed è già il momento di dedicarsi a quella del 2014. Sabato 29 marzo è uscita la Call for Makers che lancia nuove sfide e soprattutto promette una kermesse più grande e più densa da qui a pochi mesi. Sarà impegnativa, ci dicono Massimo Banzi e Costantino Bongiorno – rispettivamente co-curatore e responsabile della disseminazione e della Call for Makers – perché l’aspettativa è alta e la rete europea dei maker si è infittita.

E’ un buon momento quindi per fare il punto sulla scorsa edizione insieme a Massimo e Costantino e per mettere sul piatto i reali risultati ottenuti dopo Maker Faire 2013: reti italiane e europee, attenzione da diverse fasce di età, esplosione della maker-mania anche a livelli istituzionali. L’Italia che tanto fatica ad (auto?) rappresentarsi come luogo di innovazione sta in realtà covando davvero tante cose e il merito è anche di chi ha lavorato per portare certi valori e organizzazioni nel mondo del mainstream.

Insomma: le dimensioni contano, dicono Banzi e Bongiorno.

In antitesi con l’atteggiamento che possiamo definire “cauto” dei mesi precedenti all’evento, l’opinione diffusa di chi ha partecipato come espositore o come visitatore alla prima edizione europea di Maker Faire lo scorso ottobre a Roma è stata di reale entusiasmo e soddisfazione. Come spieghi l’accaduto, Massimo?

Massimo Banzi: “Ci sono molti aspetti interessanti che emergono durante l’organizzazione di un grande evento come questo. In generale si sa che il pubblico – sia italiano che straniero – è spesso miope, soprattutto nel non associare l’Italia con l’innovazione. Per di più Roma è una capitale che viene naturalmente fatta coincidere con la politica e non con la tecnologia. In maniera più o meno dichiarata, anche le persone dentro a Make hanno dubitato del successo della kermesse romana e certamente riuscire a portare pubblico e partecipanti all’evento è stata una vittoria anche per la smentita proprio di questi preconcetti. Continue reading L’intervista | Massimo Banzi: “Con la Maker Faire 2014 torna l’Italia che sa innovare davvero”

Gauntlett: “Il movimento maker è maturo. Fare e condividere cambieranno l’economia”

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(originally created and posted on CheFuturo)

Chi è stato alla Maker Faire di Roma, chi se l’è sentita raccontare perché non ci è potuto essere, chi ci è stato un giorno solo e quelli che invece l’hanno costruita lungo tutta la settimana hanno provato una sensazione comune:

Sono stati travolti da un’energia trasformativa straordinaria fatta di progetti ma soprattutto di persone.
Ancora non riusciamo a spiegarci esattamente qual’è stata la ricetta che ha portato a tale risultato. Ma alcune considerazioni possiamo farle specialmente insieme a qualcuno, come David Gauntlett, che negli ultimi due anni ha riflettuto su alcuni temi che sono al centro della Maker Faire dal suo inizio.

Pochi sanno, per esempio, che la Maker Faire di Roma è stata sí una fiera ma con un format particolare, mai collaudato in Italia in questo ambito, e che la avvicina più al modo in cui si organizzano le mostre d’arte rispetto alle fiere commerciali.

Nata nel 2006 negli Stati Uniti da un’idea di Make Magazine, è diventato negli anni un evento per famiglie e appassionati che vogliono celebrare un approccio DIY ( do it yourself, fai-da-te) alla scienza, alle invenzioni, all’artigianato e all’elettronica.

Il format è diverso perchè la maggior parte gli espositori/maker per partecipare devono presentare qualche mese prima un progetto e, se verranno scelti sulla base di quello, avranno a disposizione uno stand gratuito.

Nelle fiere classiche funziona invece in maniera opposta, gli organizzatori suddividono gli spazi in mq che poi sono venduti agli espositori che hanno la necessità di ritagliarsi uno spazio piú o meno grande di visibilità durante la fiera.

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