La storia di Marie e del suo cuore digitale ci parla delle nuove frontiere di hacker e makers

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“Oggi sono qui per parlarvi di un tema che mi sta molto a cuore. Porto con me un dispositivo medico, un pacemaker che genera ogni singolo battito del mio cuore. E come posso fidarmi del mio stesso cuore quando è controllato da una macchina che gira su codice proprietario e senza alcuna trasparenza?”

Così ha iniziato il suo intervento Marie, al 32esimo Chaos Communication Congress che da più di 30 anni, nella settimana tra Natale e Capodanno, ospita una serie di interventi sul tema della sicurezza, crittografia e libertà di parola in rete e accoglie circa 13 mila persone per 3 intensi giorni fatti di scambio di conoscenze, esperimenti, sessioni di studio, hacking di qualsiasi cosa.

LA STORIA DI MARIE E DEL SUO CUORE DIGITALE

La storia di Marie inizia 4 anni fa quando il suo cuore ha iniziato a battere troppo lentamente ed in emergenza le è stato impiantato un pacemaker, come accade a circa 600 mila persone ogni anno nel mondo. Visto il suo background e la sua attitudine ad indagare dispositivi tecnologici ha sentito l’esigenza di capire come funzionasse ciò che la stava tenendo in vita.

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Inventare per imparare: così il mio Fablab cambia il mondo della scuola

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Pensare a nuove soluzioni e renderle concretamente attuabili e diffuse non è un compito semplice.  Per anni si è guardato con ammirazione e curiosità ai gruppi di lavoro dei team di Ricerca&Sviluppo  presenti nelle grandi aziende, catalizzatori di talenti e in grado di investire risorse nell’individuare percorsi attuabili e soprattutto profittevoli. Oggi sono poche le aziende e le istituzioni che riescono a tenere il passo perché forte è la domanda di innovazione  e soprattutto diverso e articolato è il percorso per raggiungerla.

Il 17 giugno scorso in occasione dell’Innovation Week organizzata da Edison in collaborazione con Wired, ho partecipato al tavolo di discussione dal titolo “Digital Culture: cultura e competenze digitali tra formazione, impresa e lavoro” per condividere il punto di vista sull’impatto di fablab e makerspace nella formazione.

Il dibattito è partito dall’assunto condiviso che garantire l’accesso alle tecnologie oggi e fornire ai cittadini gli strumenti per la diffusione e l’apprendimento delle competenze digitali è una necessità irrinunciabile

Tutti sappiamo che l’Italia si trova agli ultimi posti della graduatoria europea inalfabetizzazione digitale e l’obiettivo del tavolo di discussione consisteva nel capire quali azioni, operative e strategiche, fosse possibile avviare per invertire la rotta e facilitare lo sviluppo di pratiche e tecnologie che avrebbero significative e positive ricadute in tutto il territorio.

L’impresa non è delle più facili, Oggi infatti credo sia necessario parlare di innovazione diffusa  perché non si tratta di un affare per pochi: la capacità di guardare con occhi diversi e modificare ciò che ci circonda è diventata un’esigenza di cittadinanza e quindi la sfida è culturale.  Finora l’approccio tecnologico è sempre stato inquadrato come percorso formativo specializzato, per qualcuno ma non per tutti. oggi è necessario farlo diventare una ricetta da cucinare ogni giorno, composta da ingredienti e life skills come il pensiero critico, la capacità di analisi e di lavorare in gruppo.

L’apporto che ho cercato di portare nella conversazione insieme ad altri “esperti”, nel pomeriggio messo a disposizione, prende spunto dall’esperienza che abbiamo sviluppato a WeMake, il makerspace e fablab aperto circa un anno e mezzo fa a Milano. In questi mesi infatti abbiamo progettato, sperimentato e svolto diversi percorsi formativi e workshop informativi destinati a ragazzi e adulti e inoltre partecipato al tavolo di co-progettazione delle politiche giovanili del Comune di Milano. Diverse scuole sono venute in visita, abbiamo ospitato ragazzi in tirocinio e, in alternanza, siamo stati ospitati nelle scuole con percorsi esperienziali legati all’acquisizione delle competenze di cittadinanza oltre che delle abilità digitali per ragazze dai 10 ai 13 anni.

Per chi ancora non si fosse avvicinato al mondo dei makers, il concetto FabLab è nato come componente educativa di sensibilizzazione su tematiche di tecnologia e innovazione sociale al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e finanziato dal Centro di Bits & Atoms.FabLab significa laboratorio di fabbricazione e rappresenta una versione in scala ridotta di una specie di fabbrica di produzione.

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FABLAB: LABORATORI DI FABBRICAZIONE PER ARTIGIANI DIGITALI

Mentre le fabbriche sono utili per la fabbricazione di migliaia di pezzi in catena di montaggio, il fablab può essere frequentato da cittadini di ogni provenienza formativa per creare prototipi e modelli di ingegneria e architettura o di oggetti intelligenti attraverso una progettazione basata su computer o software di disegno, hardware accessibile e nella maggior parte dei casi software Open Source. Tali strumenti sono utilizzati per creare modelli che vengono poi completati nella loro forma fisica utilizzando una macchina per il taglio laser, fresatrici per il legno e metallo, stampanti 3d o anche macchine da maglieria.

La natura trasversale delle tecnologie di fabbricazione si presta alla messa in pratica di approcci scientifici, ingegneristici e tecnologici di base, e  stimola un “saper fare” all’interno della comunità per imparare dagli altri in un contesto creativo, innovativo e spontaneo.

I FabLab non sono un’esperimento completamente nuovo e originale perché possono essere visti come una sorta di evoluzione degli hackerspace, i laboratori di informatica autogestiti diffusi in tutta Europa, specialmente in Germania intorno agli anni ’90.

Un passo in più è però stato fatto. I FabLab stanno diventando sempre più centrali nella produzione di capitale umano qualificato necessario per un futuro di ricerca e sviluppo autonomo, capillare e distribuito sul territorio specialmente nel momento in cui chi li fonda conosce il territorio e ne segue le specificità attrezzando lo spazio per rispondere alle esigenze dei contesti spontanei che lo circondano. E da questo approccio nasconoMakerspace con tematiche più definite, attrezzati a partire dalle necessità più settoriali.

Oltre a ciò il tavolo sulla Digital culture promosso da Edison ci ha permesso di confrontarci sul significato della formazione oggi, su metodi e approcci che si dovrebbero adottare e su quelli da cui attingere. Si discute molto della rivoluzione apportata al sistema scolastico in nord europa e di flipped classroom sul modello statunitense.

Nel nostro paese facciamo molto in fretta a valorizzare quello che ci propongono dall’estero anche quando abbiamo degli esempi in Italia che hanno fatto scuola nel mondo. Il Metodo Montessori e l’esperienza di Reggio Emilia sono sicuramente un punto di riferimento da cui siamo partiti a WeMake per introdurre nelle scuole una didattica costruttivista, non frontale per il trasferimento delle competenze trasversali e digitali.

FABSCHOOL: DAL PROBLEM SETTING AL PROBLEM SOLVING

Con le attività formative promuoviamo l’acquisizione di competenze digitali nei processi di risoluzione di problemi o di progettazione di oggetti e strumenti, secondo una logica di apprendimento per scoperta e ricerca.

Per le scuole ci piace molto usare questo mantra: “inventare per imparare”

Ed è il nostro punto di partenza nella progettazione anche dell’iniziativa Fabschoolpresentata recentemente al Forum Ambrosetti insieme a Fondazione Cariplo e di cui Wemake segue la progettazione del progetto pilota in partenza a Novembre.

Nelle scuole infatti agiamo su un doppio binario:  siamo agenti di cambiamento in quanto integriamo l’offerta formativa da un lato e dall’altro alimentiamo con le nostre azioni un dibattito sui processi di apprendimento e sui metodi di trasferimento delle competenze, ponendo la (auto)valutazione al centro del processo.

Nelle scorse esperienze formative abbiamo riflettuto a lungo con gli insegnanti sulle competenze effettivamente acquisite  e un aspetto importante che abbiamo rilevato è che alcune di  queste non hanno a che fare con le tecnologie ma sono preziose nel contesto lavorativo contemporaneo, per esempio l’abilità con cui si affrontano le varie fasi di un processo: dall’esplorazione e “problem setting” fino al “problem solving” e alla comunicazione, oppure le abilità relazionali come collaborazione, autonomia personale, e coinvolgimento attivo. Infine le capacità organizzative, gestionali di un processo, spirito d’iniziativa e imprenditivita’ che fanno davvero la differenza.
Il risultato interessante a cui abbiamo assistito è  stato una forte (ri)motivazione allo studio dei ragazzi e delle ragazze beneficiari di questo tipo di percorsi e la valorizzazione del sistema scuola.

Fablab, Makerspace, tecnologie digitali e scuola rappresentano, a nostro parere, un forza creativa che, se fatta lavorare in sinergia, potrebbe darci dei risultati piacevolmente inaspettati.

Il sistema dei Makers per Out of Fashion a WeMake

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A meta’ gennaio (venerdi’ 16 e sabato 17) ospitiamo presso Wemake Makerspace un modulo di Out of Fashion, primo corso di formazione sulla cultura della moda consapevole, etica e innovativa. Oltre a esaminare l’ecosistema dei makers e il concetto di Brand open source sviluppato da Serpica Naro e continuato nel progetto Openwear, introdurro’ alle tecnologie di prototipazione rapida con un percorso teorico e pratico su lasercut e stampa 3d:

Da una parte l’etica, dall’altra una nuova metodologia di lavoro a partire dalla tecnologia digitale come opportunità per il sistema della moda. Verrà affrontato il concetto di brand dai codici aperti e le potenzialità di un’evoluzione verso una nuova prospettiva del lavoro nella moda fondata sulla condivisione, la collaborazione e l’innovazione. Dal brand open source alla digital fabrication, passando per l’ecosistema di Makers e alcuni esempi di imprese creative con obiettivi e finalità fuori dagli schemi di start-up classica.

Workshop pratici di prototipazione e produzione on demand sull’utilizzo della lasercut e dei comandi di grafica vettoriale per tagliare e decorare un accessorio indossabile di feltro, e della stampa 3d per accessori e componenti.

Qui trovi il programma >>

Makers: Cosa, Chi, Dove, Perché – Dibattito al Museo della Scienza

Il 20 Novembre, all’interno del percorso della Settimana della Cultura d’Impresa, sono stata ospite al Museo della Scienza e della tecnica di Milano a parlare di makers con Francesca Olivini (Curatore Materiali, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci), Stefano Buratti (Responsabile TinkeringZone, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci), Bertram Niessen, (project manager CheFare), Maximiliano Romero (Lab Physical Computing, Dipartimento di Design, Politecnico di Milano), Patrick Tabarelli (Artista e maker).

Makers: Cosa, Chi, Dove, Perché
Il fenomeno dei makers sta prendendo piede in maniera importante nella società di oggi. Da molti è considerato il “cuore” della terza rivoluzione della produzione. Il Museo vuole raccontare questo fenomeno incontrando alcuni dei suoi protagonisti e presentando il documentario “Makers”, uno tra i più recenti ad affrontare questa realtà.

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Documentario Makers

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Prima che arrivasse WeMake ci chiamavamo WeFab e organizzavamo iniziative sui Makers a Milano: Matteo Ninni e il suo team Caterina Sarubbi e Paolo Tardugno nei primi anni della scena Maker italiana erano spesso presenti e curiosi di conoscere i dettagli di questo nuovo mondo intervistandone i suoi protagonisti. E questo documentario  ospitato dalla Nuvola del lavoro e’ il risultato che val la pena condividere.  L’intervista che mi hanno fatto si e’ tenuta presso uno degli appuntamenti di Popupmakers, insieme a Bertram Niessen.