Un aperitivo con i changemakers della salute

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Martedì 18 ottobre sono stata all’headquarter di Sanofi Italia a parlare di opencare e makers per uno degli “Incontri ravvicinati” sul tema:

Changemakers della salute – Si moltiplicano le soluzioni degli innovatori che ripensano la salute personalizzandola, percorrendo sentieri finora inesplorati o intraprendendo percorsi poco battuti.

Insieme a Federico Ferrazza direttore di Wired e Martina Pennisi, giornalista del Corriere della Sera abbiamo ascoltato e commentato 5 storie raccontate da:

Open Source Fashion: salvare il mondo dalla moda

(intervista di Giovanni Longo pubblicata su TechEconomy)

I riflettori dell’edizione autunnale della Milano Fashion Week si sono spenti da pochi giorni, ma i numeri che alimentano questo mercato, rilanciati durante questo seguitissimo evento, sono ancora ben impressi nei media di economia e finanza: l’industria italiana della moda (rivolta soprattutto all’export) quest’anno crescerà dell’1,4% arrivando a poco meno di 84 miliardi di euro (Camera Nazionale della Moda Italiana, elaborazione dati Istat, fonte: Il Sole 24 ORE ); parliamo quindi di una crescita circa doppia rispetto al PIL italiano.

La stessa vetrina delle Fashion Week milanesi vale da sola, considerando anche l’indotto, ben 42 milioni di euro (dato fornito da Cristina Tajani, assessore alle Attività Produttive e alla Moda, fonte “Il Sole 24 ORE). Parliamo quindi di un settore assolutamente strategico per l’economia italiana e per il brand del “Made in Italy”, ma quanto ci costa, nel senso più ampio del termine, questo mercato?

Lo stesso sito della Camera Nazionale della Moda Italiana, che cura gli eventi Fashion Week, offre una sezione dedicata alla sostenibilità che ci ricorda che “i tessuti e i pellami impiegati dai grandi brand del lusso mondiali sono in gran parte prodotti in Italia” e che nel 2012 la propria Commissione Sostenibilità ha pubblicato il “Manifesto della sostenibilità per la Moda Italiana”, un lodevole decalogo di principi, redatto con la collaborazione di importanti player italiani, che invita ad una produzione di qualità, locale, etica, trasparente e sostenibile. Ma oggi, al netto delle buone intenzioni, com’è la situazione? Le azioni concrete ci sono (ahimè non in Italia), ma sono drammaticamente insufficienti. Proprio poche settimane fa l’edizione europea del magazine Newsweek ha pubblicato un reportage dal titolo “Fast fashion is creating an environmental crisis” documentando gli aspetti più critici di questi emergenza:

  • solo in America finiscono ogni anno tra i rifiuti ben 14 milioni di tonnellate di vestiti (circa 36 kg a persona)
  • della parte di vestiti donati ad opere di beneficenza, solo il 20% riesce ad essere venduto, il resto finisce in discariche o inceneritori
  • appena lo 0,1% degli indumenti raccolti da iniziative benefiche o programmi di recupero riesce ad essere riconvertito in fibre tessili (stima a cura della divisione per lo sviluppo sostenibile del marchio H&M)
  • i tessuti ottenuti da fibre riciclate sono costosi, soprattutto in rapporto alla qualità ottenuta
  • ad oggi non esiste un’agenda (vincolante) per una manifattura completamente sostenibile.

Per discutere di questo tema cruciale, e possibilmente individuare una soluzione, ci siamo rivolti a Zoe Romano, co-fondatrice del makerspace milanese WeMake e soprattutto co-fondatrice del brand Openwear, un progetto nato nel 2009, in seno al programma EDUfashion promosso e finanziato dall’Unione Europea, per sperimentare l’applicazione del modello collaborativo Open Source nel mondo della moda (abbigliamento, calzatura, accessori).

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I risultati di questa sperimentazione, raccolti in un ebook dal titolo “. Sustainability, Openness and P2P production in the world of fashion” liberamente consultabile online, si sono rivelati assolutamente attuali, al punto da essere ripresi dall’Open Source Fashion Manifesto pubblicato quest’anno dai designer Martijn van Strien e Vera de Pont per l’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam, che ospita il Museo per l’Architettura, il Design e la Cultura Digitale ed è impegnato in attività didattiche e di ricerca.

COSA NE PENSI DEL REPORTAGE DI NEWSWEEK? TI SEMBRA PUNTUALE O ECCESSIVAMENTE ALLARMISTA?

Il reportage non è eccessivamente allarmista anzi, tratta solo una parte del problema dell’impatto dell’industria della moda. Se ad esso aggiungiamo anche le considerazioni fatte sulla sostenibilità nel settore tessile, che è diverso da quello dell’abbigliamento, il quadro diventa anche più allarmante. Secondo i dati della Banca Mondiale il 20% dell’inquinamento globale delle acque industriali è infatti causato da tintoria e trattamento dei tessili.

SECONDO TE È POSSIBILE CORREGGERE L’ATTUALE MODELLO PRODUTTIVO DELL’INDUSTRIA DELLA MODA O BISOGNA CAMBIARLO O RIDIMENSIONARLO TOTALMENTE?

Come in altri settori molto diversi da questo, i cambiamenti più radicali non arrivano da dentro ma da fuori, da nuove imprese che decidono di entrare in un mercato con una proposta molto forte e che scardina la tradizione. L’editoria, la musica e la televisione sono cambiate perché forzate da player esterni, che erodevano quote di mercato con un approccio innovativo basato su una fruizione digitale, on-demand, customizzabile e spesso con una forte componente che democratizza la produzione e la diffusione di contenuti dal basso. Nella moda non sono ancora apparsi dei player che siano in grado di far cambiare le regole del gioco, se non per quello che riguarda l’e-commerce.

Sono passati 7 anni dall’avvio del tuo progetto Openwear: anche allora il tema della sostenibilità era così sentito o sono stati altri gli elementi che ti hanno ispirato?

Il tema della sostenibilità era già presente nel 2009, ma non era al centro del discorso che ha dato vita al progetto Openwear. L’obiettivo era piuttosto di indagare come potesse articolarsi un progetto di community con al centro una serie di commons: i cartamodelli digitali.

Quali risultati ha raggiunto il progetto e quali difficoltà hai incontrato?

Openwear continua ancor oggi a suscitare interesse per il tentativo che avevamo fatto di attivare concretamente una nuova prospettiva sulla moda, ribaltando alcuni assunti che tradizionalmente si danno per scontati. Avevamo fatto lavorare insieme un gruppo di designer, per poi rilasciare i codici della collezione collaborativa online come risorsa comune della community, a cui attingere per realizzare una produzione locale contraddistinta dal marchio Openwear, utilizzabile grazie a una licenza che ne permette l’uso se si rispettano alcuni principi condivisi.

Le difficoltà sono state di due ordini diversi: da un lato la mancanza di strumenti digitali che permettessero un abbassamento della barriere all’entrata per la realizzazione di cartamodelli digitali e parametrici, dall’altro una mancanza di skill digitali di chi viene da scuole di moda che dividono in modo rigido i creativi dai tecnici, formando quindi da una parte delle figure molto tecniche pronte a trasformare in realtà gli sketch forniti da “fashion designer”, dall’altra molti creativi che però non utilizzano strumenti digitali per il disegno. Penso che l’innovazione nella moda non sia solo un fattore estetico, ma che debba esserci una relazione più stretta su come viene gestita la produzione, sul come si fanno le cose e come i prodotti arrivano nelle mani di chi li acquista e per quale ragione.

COSA NE PENSI DELL’ MANIFESTO? RACCOGLIE FEDELMENTE LA RICERCA SVOLTA CON OPENWEAR E COME GIUDICHI IL MODELLO DI ECONOMIA CIRCOLARE “FASHION-AS-A-SERVICE” CHE VIENE PROPOSTO?

Si, penso che raccolga molti degli spunti e visioni di cui ci eravamo occupati in Openwear. Il punto cruciale però è come mettere in atto queste visioni.
Rispetto al modello di economia circolare, posso dire che quando i prodotti fisici hanno una componente digitale molto forte diventano servizi, lo stesso accade quando il possesso del bene non è più necessario perché ci è sufficiente ragionare sull’accesso.

IN QUALE MANIERA GLI STRUMENTI E LE TECNOLOGIE OPEN SOURCE POSSONO CONTRIBUIRE AL MONDO DELLA MODA?

A differenza di quello che è successo nel contesto della stampa 3D, dove c’è stata un’esplosione di nuovi software e strumenti che facilitano la progettazione tridimensionale adatta a quella tecnologia e la condivisione dei file, nell’ambito della moda non sta accadendo lo stesso. Ci sono tuttavia alcuni esempi interessanti, come il progetto Open Source Valentina, che stanno lavorando in questa direzione.

QUALI SONO I PROGETTI OPEN SOURCE IN AMBITO FASHION CHE GIUDICHI PIÙ INTERESSANTI O PROMETTENTI?

Il progetto della scarpa Open Source AnOtherShoe sviluppato da Eugenia Morpurgo e Sophia Guggenberger, che abbiamo recentemente ospitato per una residenza a Wemake, la borsa Taska di Ingi Freyr Gudjónsson, sviluppata al Fablab Barcelona, e le proposte di Post-Couture. L’aspetto interessante è che non si limitano a immaginarsi un nuovo prodotto, ma provano a mettere in atto, tra le altre cose, anche un nuovo sistema di manifattura distribuita e locale che si appoggia alle laser cut di FabLab e Makerspace.

A QUALI TRAGUARDI PUÒ AMBIRE OGGETTIVAMENTE L’OPEN FASHION? RIMARRÀ A LIVELLO DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA, CONQUISTERÀ UNA NICCHIA DI MERCATO OPPURE, MAGARI CON CONDIZIONI FAVOREVOLI, PUÒ AMBIRE AL MERCATO GLOBALE?

Ci son voluti circa 20 anni dalle sperimentazioni sul file sharing di musica, alla nascita dei primi esempi di servizi che hanno raggiunto un mercato globale, quindi direi che abbiamo ancora un paio di lustri abbondanti per sperimentare in alcune nicchie che riescono a cogliere i benefici di una moda aperta, customizzabile e on-demand, perché il mercato attuale non risponde ai loro bisogni e grazie all’entusiasmo degli early-adopters che ci supportano nel percorso.

Più che di Open Fashion, preferisco parlare di Moda Agile, un concetto che uso per esprimere una concezione di prodotto dinamico e maker-friendly, che non sia afflitto dall’obsolescenza programmata e prediliga una filiera corta sia per i materiali che per la produzione. Il punto di partenza è un blueprint digitale che, proprio in quanto digitale, può essere declinato su diverse modalità di produzione a seconda del feedback degli utenti, delle opportunità offerte dal network di servizi online e delle azioni che il produttore decide di intraprendere.

Il prodotto della Moda Agile diventa più simile a una piattaforma di azione in cui i produttori agiscono come facilitatori e costruttori di community intorno alla loro creatività. I loro strumenti sono digitali, il loro focus sulla qualità della progettazione e la loro ricchezza sono i network locali e globali con cui interconnettersi.

Wearables e tessuti intelligenti a D.N.O

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Dal 27 giugno al 3 luglio WeMake ha partecipato a Digital Experience Week, settimana dedicata allo sviluppo della conoscenza dell’innovazione digitale, alle mutazioni degli stili di vita, alle scoperte scientifiche e all’innovazione a Milano organizzata da Class.

Siamo stati invitati a esporre nell’area a cura di Italo Rota ed Emilio Antinori intitolata D.N.O. Digital Native Objects, mostra dedicata ai produttori di oggetti di robotica applicata, agli oggetti e agli strumenti che coinvolgono il digitale e il quotidiano, esplorando le loro potenzialità e le possibili espansioni.

Alla mostra presso Palazzo Giureconsulti (via Mercanti, 2 – h.10-19) abbiamo esposto The Culture Dress, il risultato della Maker in Residence che Afroditi Psarra e Dafni Papadopoulou hanno svolto a WeMake durante la settimana della moda nel 2015.

Inoltre sabato 2 luglio ho parlato Wearables e tessuti intelligenti nella sessione delle talk pomeridiane:

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Panel Fabcity all’Edison Innovation Week

Edison torna a promuovere l’innovazione a Milano, dopo il percorso dell’anno scorso (in cui ho accennato qui) che ha portato alla pubblicazione di Lezioni di Futuro arriva l’Innovation Week 2016.

L’8 di Giugno dalle 12.00 alle 13.30 sono stata invitata a partecipare al dibattito sulle FabCity insieme a Francesco Bombardi (fondatore offiCUcina), Alessandro Ranellucci (Make in Italy, MakerFaire), Fabrizio Pignoloni (dotdotdot), Giancarlo Orsini (Open BioMedical Initiative) moderati da Giampaolo Colletti.

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image courtesy of Simone Majocchi

Una città connessa, inclusiva, digitale, partecipativa. Una città che si costruisce giorno per giorno con il contributo di tutti. Una città in cui il cittadino consumatore finale è critico e partecipe, “eco” e solidale, attento alle dinamiche del fare comunità. Una città che non è solo smart ma è anche fab. Perché oggi anche in Italia si moltiplicano nuovi modelli di costruzione del fare città e fare impresa.  

Perché una città può essere classificata come smart city se gestisce in modo intelligente (“smart”, appunto) le attività economiche, la mobilità, le risorse ambientali, le relazioni tra le persone, le politiche dell’abitare ed il metodo di amministrazione. Ed è importante rimarcare come l’aspetto “smart” non debba essere collegato unicamente alla presenza di infrastrutture di informazione e comunicazione, ma anche e soprattutto al ruolo del capitale umano, sociale e relazionale (istruzione, cultura, ecc.), ed al riconoscimento del settore ambientale come fattore importante di crescita urbana, ha spiegato bene pochi giorni fa Marco De Mitri nel suo blog.

Ma quali sono le sfide e le opportunità, quali i modelli di riferimento? Insieme agli esponenti italiani più noti della community dei makers e dei fabbers, un viaggio al centro della città partecipata con Fab City: nuovi cittadini dal cuore verde prendono forma (anche in 3D). Una città del futuro che è anche un po’ presente quella che si racconta all’Edison Innovation Week.

Textile sensor workshop at the Eu Parliament

On May 31, the EU institutions  hosted the first-ever EU Institutional Maker Faire in the European Parliament building.

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I was invited by organizers to give a 1-hour workshop about wearables, so I proposed a simple hands-on activity to involve participants into discovering the world of e-textile:

“Make a DIY textile sensor” – Smart textiles are fabrics developed with new technologies allow seamless integration of textiles with electronic elements like microcontrollers, sensors, and actuators. Wearable electronics gained lots of attention because they are becoming more accessible to the non-technical crowd thanks to recent open source and educational approach. In this workshop you’ll learn about textile sensors and soft interactions: create your own sensor and connect it with a micro-controller to explore its behaviour.

Here’s a gallery of images about the event:

And some twits from participants:

 

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Size Matters? Evaluating prosperity and growth workshop

Together with Serena Cangiano, I was in Brussels for a 4-hour workshop  within DSI4EU project funded by European commission and in partnership with NESTA and Waag.

We invited local projects and communities to have a discussion around the evaluation of how open source and maker projects can grow; how they are re currently growing; and how they could have a better impact according to factors and values that make a project sustainable beyond financial and commercial parameters.

Size Matters?” was a hands-on workshop focused on key questions such as:
– can maker projects scale while considering societal good as a parameter?
– what is a sustainable way of growing as an innovator?
– can social impact be the driver of the bottom-up innovation?

Together we started answering these questions and creating a “maker” scale, a dynamic open source tool that will support the community of social innovators to grow considering values such as the creation of a community, the technological openness, communication, and financial sustainability. In the next weeks we’re going to start sharing documentation and concept on github.

The workshop took place during the first European Maker Week, on Tuesday 31st May afternoon in Brussels at iMal Center for Digital cultures.

 

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About DSI4EU
DSI4EU is a EU community funded project that will support, grow and scale the current Digital Social Innovation network of projects and organisations, bringing together social entrepreneurs, hackers, communities and academics working on key DSI fields such as the makers movement, the collaborative economy, open democracy and digital rights.

The DSI4EU consortium partners are: NESTA UK, WAAG, SUPSI.
http://www.digitalsocial.eu

La storia di Marie e del suo cuore digitale ci parla delle nuove frontiere di hacker e makers

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(originally created and posted on CheFuturo)

“Oggi sono qui per parlarvi di un tema che mi sta molto a cuore. Porto con me un dispositivo medico, un pacemaker che genera ogni singolo battito del mio cuore. E come posso fidarmi del mio stesso cuore quando è controllato da una macchina che gira su codice proprietario e senza alcuna trasparenza?”

Così ha iniziato il suo intervento Marie, al 32esimo Chaos Communication Congress che da più di 30 anni, nella settimana tra Natale e Capodanno, ospita una serie di interventi sul tema della sicurezza, crittografia e libertà di parola in rete e accoglie circa 13 mila persone per 3 intensi giorni fatti di scambio di conoscenze, esperimenti, sessioni di studio, hacking di qualsiasi cosa.

LA STORIA DI MARIE E DEL SUO CUORE DIGITALE

La storia di Marie inizia 4 anni fa quando il suo cuore ha iniziato a battere troppo lentamente ed in emergenza le è stato impiantato un pacemaker, come accade a circa 600 mila persone ogni anno nel mondo. Visto il suo background e la sua attitudine ad indagare dispositivi tecnologici ha sentito l’esigenza di capire come funzionasse ciò che la stava tenendo in vita.

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