Un nido autogestito open source a Milano!

Pubblico qui, sul mio blog personale,  l’articolo che ho scritto per il Manuale del progetto Soprasotto (pag.131 del pdf) con lo scopo di raccontare la relazione tra un nido e il concetto di codici aperti.

Cos’è Soprasotto?

SopraSotto è un laboratorio permanente per bambini e bambine in età da nido. Un progetto che nasce dal desiderio e dalla necessità di un gruppo di genitori di elaborare una proposta formativa in grado di tenere insieme: la trasformazione del lavoro e dei suoi tempi, i ruoli che cambiano all’interno della famiglia, le nuove forme di socialità e di cooperazione a fronte della profonda crisi del modello di welfare, e il contesto territoriale inteso come rete di risorse sociali e di scambi produttivi.

In pratica Soprasotto è un nido autogestito. L’associazione che lo governa è animata dai genitori dei bambini e dalle educatrici assunte dall’associazione stessa. Il progetto metta al centro del progetto educativo anche una forte relazione con le associazioni e i gruppi informali del quartiere con i quali cerca continuamente connessioni per sviluppare progetti in rete. Scopri di più sul loro sito.

Clicca per leggere il manuale

Durante il progetto europeo DSI4EU che ho coordinato tra il 2018 e il 2019 a WeMake, Soprasotto è stato uno dei case study e con cui abbiamo attivato una collaborazione per la realizzazione del kit di mobili tagliati al laser per arredare i locali del nido e riflettere in senso più ampio sul concetto di fare rete sul territorio.

Per approfondire il progetto puoi guardare il webinar registrato lo scorso maggio e scoprire i tutorial online pubblicati su Wikifactory.


I codici aperti e la ricetta della condivisione
Nel maggio del 2001 Richard Stallman, programmatore e attivista, in una lezione alla New York University intitolata “Software libero: Libertà e cooperazione” usa per la prima volta un’analogia per riuscire a spiegare cosa si intende per Free software – software libero – ad un pubblico più ampio, mettendolo in analogia con le ricette di cucina, e far comprendere le implicazioni sociali e di benessere collettivo a prima vista non immediate. Continue reading Un nido autogestito open source a Milano!

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eTextile a Modena con FEM

Sabato 6 Aprile ho portato WeMake alla fondazione AGO per il workshop LED&Pins insieme a 15 ragazzi e ragazze dai 9 ai 14 anni 🙂 e in collaborazione  con Future Education Modena

“Sperimentiamo con feltro e luci, sensori, spille e filo conduttivo per creare un piccolo accessorio che si illumina e reagisce alla luce e introduce ai materiali e alle possibilità della tecnologia indossabile.”

ZoeAtFEM01

 

Al Corso di formazione Out Of Fashion arriva Moda Modulare

Anche quest’anno teniamo a WeMake il modulo di fabbricazione digitale (Il sistema dei makers) all’interno del Corso di formazione Out of Fashion ideato nel 2014 da Connecting Cultures, agenzia di ricerca non profit fondata nel 2001 da Anna Detheridge, critica e teorica delle arti visive. Portiamo il fablab all’interno del sistema moda per una due giorni, il 6 e 7 aprile, durante i quali i e le partecipanti esplorano e sperimentano nuove possibilità di produzione e creazione di capi e accessori grazie alle tecnologie presenti a WeMake.

Quest’anno il nostro modulo verte sulla moda modulare con un percorso curato da Zoe Romano e Sara Savian. In particolare il workshop prevede il lavoro in piccoli gruppi finalizzato alla creazione di un accessorio finito mediante la pratica della prototipazione e fabbricazione digitale con l’utilizzo di lasercut e comandi di grafica vettoriale. Grazie alle potenzialità della tridimensionalità vengono realizzati moduli regolari che, assemblati senza cuciture, compongono inedite tassellature.

Out of Fashion è soprattutto un percorso formativo dedicato alla moda sostenibile, etica e innovativa e l’apporto della “cultura makers” per noi è molto importante all’interno di questo contesto. Out of Fashion è composto di 6 moduli ognuno di 2 giorni frequentabili anche singolarmente, quelli che si svolgono nei prossimi mesi, oltre a Il sistema dei makers, sono Alto artigianato e innovazione e Comunicare la moda e il brand; mentre quelli già passati sono Green Fashion: Materiali e loro impattoEthically made?Moda tra arte e design. Seguono poi due masterclass dedicate alla pre-incubazione di impresa presso Ratti Spa e Clerici Tessuto & C Spa, inoltre, per quest’edizione del 2018 è prevista la pubblicazione di Fashion Change, libro che raccoglie le riflessioni della comunità che si è formata ed è cresciuta intorno al progetto.

The Culture Dress – Experiments during Makers in Residence

culturedress

“The Culture Dress” series is a collaboration between media artist Afroditi Psarra and architect Dafni Papadopoulou that aims to combine electronic handicrafts with parametric design and digital fabrication on an ongoing research on wearables.

The project was developed during the Maker-In-Residence program at WeMake, Milan´s Makerspace that I’m curating. Dafni and Afroditi spent with us two weeks in our guest-room at the second floor of the makerspace. I’ve been following the work of Afroditi for a couple of years and it was great to have her with us, meet with Dafni and make our community know about their practise.
Explore more pics and other documentation:
wemake.cc/mir/

 

Geometrie di corpi lasercut

federica braghieri

Ho incontrato il lavoro di Federica Braghieri seguendo il blog The Laser Cutter. Mi ha subito colpito il gioco di forme e tagli dei suoi modelli e l’ho contattata per approfondire la sua metodologia di lavoro.
Dopo uno scambio di mail e avendo capito che le nostre agende non ci avrebbero fatte ncontrare a breve abbiamo fissato un incontro in Skype e questo è il risultato della chiacchierata.

Qual’è stato il tuo percorso di studi?

Ho frequentato il politecnico in Bovisa per 3 anni laureandomi nel 2007 in design e moda. E’ stata una formazione con un focus principalmente sul progetto e troppo poco sul “making” delle cose. Molta ricerca e molta teoria e di pratico praticamente nulla. Solo il primo anno abbiamo lavorato su 3 gonne, ci hanno fornito dei cartamodelli base da cui trarre il capo che volevamo realizzare.
Sono poi passata a una laurea specialistica post-graduate a Londra in Creative Fashion dove invece è stato praticamente tutto pratico. Dallo zero delle mie conoscenze ho imparato le basi del cartamodello e di come concretamente realizzare abiti. Proprio in quel periodo ho creato la mia prima collezione, dalle linee molto semplici.
L’anno successivo mi sono iscritta al London College of Fashion per il master in Digital Fashion, lì ho scoperto il percorso tecnologico in cui mi trovo ora. Dopo una prima introduzione agli strumenti come il taglio laser, digital printing, prototipazione 3d, grazie alla collaborazione con un amico ho scoperto Grasshopper per creare oggetti di design parametrico, ho iniziato a sviluppare l’idea degli abiti a poligoni.

In che modo hai realizzato gli abiti della tua collezione?

Siamo partiti da una corpo femminile in 3d già pronto e ci siamo focalizzati sul torso applicando pattern geometrici ed estrusioni. Ho poi utilizzato un software in grado di trasformare il disegno dal formato 3d al 2d . Si chiama Pepakura e originariamente è stato creato per realizzare sculture in carta ma che non viene normalmente impiegato nella moda.
Il processo partiva quindi dalla sperimentazione degli strumenti di modellazione parametrica, passando per Pepakura in modo da trasformarli in poligoni vettoriali. Dopo aggiustamenti vari e la preparazione del file da passare al laser con Illustrator, si arriva infine alla cucitura dei pezzi.

gonna pepakura

Dopo questo primo approccio sperimentale, ho deciso di mantenere questa tecnica anche per il progetto finale di tesi in cui ho sviluppato dei capi creandoli direttamente sul corpo in 3d, senza aver bisogno di fitting e di prove.
In università avevamo degli scanner 3d ma nel mio caso sono partita dal corpo già modellato nella taglia che mi serviva.

3d corset


Quali stoffe/materiali hai utilizzato?

I primi prototipi li ho fatti in feltro, poi per la collezione finale ho usato solo pelle.
Il feltro è più facile da manipolare è ha una bella resa ma purtroppo è meno resistente, invece la pelle non perde mai la forma e non si deteriora.
Per il body della giacca ho usato una pelle molto morbida, invece per gli altri pezzi più rigidi ho preferito orientarmi verso una pelle più resistente utilizzata solitamente nell’ambito dell’interior design e degli accessori.
Ora sto cercando di capire se questa collezione possa essere sviluppabile e commercializzabile oppure se sia preferibile mantenere l’idea del pezzo unico.

The geometry of the body


In alcuni capi hai realizzato dei volumi veri e propri, come li hai assemblati?

Ho utilizzato diverse tecniche, la maggior parte dei pezzi strutturati li ho realizzati termosaldando la pelle alla fodera in poliestere e poi tagliati al laser cosi’che acquistassero più struttura e non avessero bisogno di essere cuciti ad una fodera. Infine ho intrecciato i pezzi, unendoli quasi come un puzzle e li ho incollati.

Hai già pensato come proseguire il tuo percorso?

Ci sono sempre più lasecutter e tecnologie accessibili a chiunque, quindi sicuramente ci saranno interessanti sviluppi in questa direzione. Non so ancora però se questa sarà la mia strada. Adesso sento la necessità di trovare un lavoro fisso magari con un’azienda più grande per far crescere la mia esperienza nel marketing e costruirmi una base di contatti, per esempio di fornitori, per essere in grado poi di aprire una mia impresa. Di sicuro voglio continuare a sviluppare queste idee in parallelo e coltivare l’attenzione che si è creata intorno a questo mio primo esperimento.
Ora vorrei costruire un sito con i miei lavori e capire come utilizzare al meglio i contatti che ho per iniziare a proporre alcuni miei capi a dei negozi.

Pensi che le scuole di moda all’estero siano più attente allo sviluppo delle tecnologie di digital fabrication rispetto all’Italia?

Non credo che le scuole di moda in Italia siano meno attente, nella mia esperienza al Politecnico di Milano l’utilizzo di nuove tecnologie digitali e la continua ricerca di processi innovativi erano alla base del corso. La differenza principale è probabilmente la mancanza di queste tecnologie a disposizione degli studenti, che non hanno l’opportunità di sperimentare direttamente e quindi conoscerle meglio.

gonna 3d

Felt Fold Slippers Workshop at Salone del Mobile

Openwear

At the forthcoming Salone del Mobile, Domus will host and exhibition looking at what is to come in the future of design, involving events and live performances in Palazzo Clerici, right in the heart of Milan.
Openwear will be part of the event with a workshop focused on lasercutting felt for fashion accessories using Fold Slippers pattern. Read the details and subscribe (workshop will be in italian).

The exhibition is a showcase of the latest and most interesting projects on fabbing and digital manufacturing: from the visionary Solar Sinter by Markus Kayser, to the furniture line Endless by Dirk Vander Kooij. One of the rooms is dedicated to “the best of Arduino” with a selection of the best project based on the made-in-italy microcontroller.
For the whole week, FabLab Torino together with Vectorealism and Kent’s Strapper are going to produce the objects of Autoprogettazione 2.0 contest. Everyday there will be a free workshop: check them out!

Jam Session with Fold Slippers

Phycolab Jam Session with Openwear

Last weekend Openwear participated in collaboration with Vectorealism to the Physical Computing event organized by PhyCoLab of the “Politecnico di Milano” University and hosted by StreetStudio.

While we were challenging our traditional notion of craft experimenting on lasercutting felt and vector illustration with our Fold Slippers pattern, a group of 40 people were participating to the 36-hours Jam Session to design and prototype interactive ideas.

Eight groups of students, tinkerers, designers and makers put their hands on different tools and components with the aim of presenting their prototype projects at the end of the weekend after 36 hours of non-stop work.

Jam Session with Openwear Slippers

The project I’m featuring in the pictures of this post is the most voted one on sunday night.
I’m not talking about it only because it won the prize but also because the creators inserted the Openwear Fold Slipper as a component of their game. Yes, it’s a game, a mix between Simon and Twister. It uses touch sensors and light to make you play with memory and… feet. Wear the pink Fold Slippers and follow the sequence which gets more complicated as you repeat it in the right way.
It’s interesting to get in touch directly with situations in which Openwear Collaborative Collection, and more in general shared codes, can become useful to speed the up the creation of protypes in the scene of wearables and beyond.

PhyCoLab Jam Session winning team
the team: Alfredo, Serena, Valentina, Gerardo e Stefano