Wearable technology Workshop for SLEM

Last week I was in Vigevano at the ShoeStyle Lab (Museo Internazionale della Calzatura) to run a 3-day workshop about open source DIY soft circuit using Arduino Lilypad with SLEM students visiting Italy for some days.

SLEM is an international innovation and training institute for footwear and leather related industries and offer a 9-month program and several short courses for companies and professionals.

Students worked in groups and prototyped smart shoes using light sensors, a textile pressure sensor we crafted in the previous days and the Folded Slipper from Openwear opensource wearable collection.

At WeMake we provide a series of workshops, courses and training regarding new approaches of fashion production related to digital fabrication technologies. Drop me an email if you are interested!

Here’s some pictures of the thee days:

slemgroup

 

Explore the complete gallery on WeMake’s flickr account.

Open Source Fashion: salvare il mondo dalla moda

(intervista di Giovanni Longo pubblicata su TechEconomy)

I riflettori dell’edizione autunnale della Milano Fashion Week si sono spenti da pochi giorni, ma i numeri che alimentano questo mercato, rilanciati durante questo seguitissimo evento, sono ancora ben impressi nei media di economia e finanza: l’industria italiana della moda (rivolta soprattutto all’export) quest’anno crescerà dell’1,4% arrivando a poco meno di 84 miliardi di euro (Camera Nazionale della Moda Italiana, elaborazione dati Istat, fonte: Il Sole 24 ORE ); parliamo quindi di una crescita circa doppia rispetto al PIL italiano.

La stessa vetrina delle Fashion Week milanesi vale da sola, considerando anche l’indotto, ben 42 milioni di euro (dato fornito da Cristina Tajani, assessore alle Attività Produttive e alla Moda, fonte “Il Sole 24 ORE). Parliamo quindi di un settore assolutamente strategico per l’economia italiana e per il brand del “Made in Italy”, ma quanto ci costa, nel senso più ampio del termine, questo mercato?

Lo stesso sito della Camera Nazionale della Moda Italiana, che cura gli eventi Fashion Week, offre una sezione dedicata alla sostenibilità che ci ricorda che “i tessuti e i pellami impiegati dai grandi brand del lusso mondiali sono in gran parte prodotti in Italia” e che nel 2012 la propria Commissione Sostenibilità ha pubblicato il “Manifesto della sostenibilità per la Moda Italiana”, un lodevole decalogo di principi, redatto con la collaborazione di importanti player italiani, che invita ad una produzione di qualità, locale, etica, trasparente e sostenibile. Ma oggi, al netto delle buone intenzioni, com’è la situazione? Le azioni concrete ci sono (ahimè non in Italia), ma sono drammaticamente insufficienti. Proprio poche settimane fa l’edizione europea del magazine Newsweek ha pubblicato un reportage dal titolo “Fast fashion is creating an environmental crisis” documentando gli aspetti più critici di questi emergenza:

  • solo in America finiscono ogni anno tra i rifiuti ben 14 milioni di tonnellate di vestiti (circa 36 kg a persona)
  • della parte di vestiti donati ad opere di beneficenza, solo il 20% riesce ad essere venduto, il resto finisce in discariche o inceneritori
  • appena lo 0,1% degli indumenti raccolti da iniziative benefiche o programmi di recupero riesce ad essere riconvertito in fibre tessili (stima a cura della divisione per lo sviluppo sostenibile del marchio H&M)
  • i tessuti ottenuti da fibre riciclate sono costosi, soprattutto in rapporto alla qualità ottenuta
  • ad oggi non esiste un’agenda (vincolante) per una manifattura completamente sostenibile.

Per discutere di questo tema cruciale, e possibilmente individuare una soluzione, ci siamo rivolti a Zoe Romano, co-fondatrice del makerspace milanese WeMake e soprattutto co-fondatrice del brand Openwear, un progetto nato nel 2009, in seno al programma EDUfashion promosso e finanziato dall’Unione Europea, per sperimentare l’applicazione del modello collaborativo Open Source nel mondo della moda (abbigliamento, calzatura, accessori).

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I risultati di questa sperimentazione, raccolti in un ebook dal titolo “. Sustainability, Openness and P2P production in the world of fashion” liberamente consultabile online, si sono rivelati assolutamente attuali, al punto da essere ripresi dall’Open Source Fashion Manifesto pubblicato quest’anno dai designer Martijn van Strien e Vera de Pont per l’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam, che ospita il Museo per l’Architettura, il Design e la Cultura Digitale ed è impegnato in attività didattiche e di ricerca.

COSA NE PENSI DEL REPORTAGE DI NEWSWEEK? TI SEMBRA PUNTUALE O ECCESSIVAMENTE ALLARMISTA?

Il reportage non è eccessivamente allarmista anzi, tratta solo una parte del problema dell’impatto dell’industria della moda. Se ad esso aggiungiamo anche le considerazioni fatte sulla sostenibilità nel settore tessile, che è diverso da quello dell’abbigliamento, il quadro diventa anche più allarmante. Secondo i dati della Banca Mondiale il 20% dell’inquinamento globale delle acque industriali è infatti causato da tintoria e trattamento dei tessili.

SECONDO TE È POSSIBILE CORREGGERE L’ATTUALE MODELLO PRODUTTIVO DELL’INDUSTRIA DELLA MODA O BISOGNA CAMBIARLO O RIDIMENSIONARLO TOTALMENTE?

Come in altri settori molto diversi da questo, i cambiamenti più radicali non arrivano da dentro ma da fuori, da nuove imprese che decidono di entrare in un mercato con una proposta molto forte e che scardina la tradizione. L’editoria, la musica e la televisione sono cambiate perché forzate da player esterni, che erodevano quote di mercato con un approccio innovativo basato su una fruizione digitale, on-demand, customizzabile e spesso con una forte componente che democratizza la produzione e la diffusione di contenuti dal basso. Nella moda non sono ancora apparsi dei player che siano in grado di far cambiare le regole del gioco, se non per quello che riguarda l’e-commerce.

Sono passati 7 anni dall’avvio del tuo progetto Openwear: anche allora il tema della sostenibilità era così sentito o sono stati altri gli elementi che ti hanno ispirato?

Il tema della sostenibilità era già presente nel 2009, ma non era al centro del discorso che ha dato vita al progetto Openwear. L’obiettivo era piuttosto di indagare come potesse articolarsi un progetto di community con al centro una serie di commons: i cartamodelli digitali.

Quali risultati ha raggiunto il progetto e quali difficoltà hai incontrato?

Openwear continua ancor oggi a suscitare interesse per il tentativo che avevamo fatto di attivare concretamente una nuova prospettiva sulla moda, ribaltando alcuni assunti che tradizionalmente si danno per scontati. Avevamo fatto lavorare insieme un gruppo di designer, per poi rilasciare i codici della collezione collaborativa online come risorsa comune della community, a cui attingere per realizzare una produzione locale contraddistinta dal marchio Openwear, utilizzabile grazie a una licenza che ne permette l’uso se si rispettano alcuni principi condivisi.

Le difficoltà sono state di due ordini diversi: da un lato la mancanza di strumenti digitali che permettessero un abbassamento della barriere all’entrata per la realizzazione di cartamodelli digitali e parametrici, dall’altro una mancanza di skill digitali di chi viene da scuole di moda che dividono in modo rigido i creativi dai tecnici, formando quindi da una parte delle figure molto tecniche pronte a trasformare in realtà gli sketch forniti da “fashion designer”, dall’altra molti creativi che però non utilizzano strumenti digitali per il disegno. Penso che l’innovazione nella moda non sia solo un fattore estetico, ma che debba esserci una relazione più stretta su come viene gestita la produzione, sul come si fanno le cose e come i prodotti arrivano nelle mani di chi li acquista e per quale ragione.

COSA NE PENSI DELL’ MANIFESTO? RACCOGLIE FEDELMENTE LA RICERCA SVOLTA CON OPENWEAR E COME GIUDICHI IL MODELLO DI ECONOMIA CIRCOLARE “FASHION-AS-A-SERVICE” CHE VIENE PROPOSTO?

Si, penso che raccolga molti degli spunti e visioni di cui ci eravamo occupati in Openwear. Il punto cruciale però è come mettere in atto queste visioni.
Rispetto al modello di economia circolare, posso dire che quando i prodotti fisici hanno una componente digitale molto forte diventano servizi, lo stesso accade quando il possesso del bene non è più necessario perché ci è sufficiente ragionare sull’accesso.

IN QUALE MANIERA GLI STRUMENTI E LE TECNOLOGIE OPEN SOURCE POSSONO CONTRIBUIRE AL MONDO DELLA MODA?

A differenza di quello che è successo nel contesto della stampa 3D, dove c’è stata un’esplosione di nuovi software e strumenti che facilitano la progettazione tridimensionale adatta a quella tecnologia e la condivisione dei file, nell’ambito della moda non sta accadendo lo stesso. Ci sono tuttavia alcuni esempi interessanti, come il progetto Open Source Valentina, che stanno lavorando in questa direzione.

QUALI SONO I PROGETTI OPEN SOURCE IN AMBITO FASHION CHE GIUDICHI PIÙ INTERESSANTI O PROMETTENTI?

Il progetto della scarpa Open Source AnOtherShoe sviluppato da Eugenia Morpurgo e Sophia Guggenberger, che abbiamo recentemente ospitato per una residenza a Wemake, la borsa Taska di Ingi Freyr Gudjónsson, sviluppata al Fablab Barcelona, e le proposte di Post-Couture. L’aspetto interessante è che non si limitano a immaginarsi un nuovo prodotto, ma provano a mettere in atto, tra le altre cose, anche un nuovo sistema di manifattura distribuita e locale che si appoggia alle laser cut di FabLab e Makerspace.

A QUALI TRAGUARDI PUÒ AMBIRE OGGETTIVAMENTE L’OPEN FASHION? RIMARRÀ A LIVELLO DI SPERIMENTAZIONE E RICERCA, CONQUISTERÀ UNA NICCHIA DI MERCATO OPPURE, MAGARI CON CONDIZIONI FAVOREVOLI, PUÒ AMBIRE AL MERCATO GLOBALE?

Ci son voluti circa 20 anni dalle sperimentazioni sul file sharing di musica, alla nascita dei primi esempi di servizi che hanno raggiunto un mercato globale, quindi direi che abbiamo ancora un paio di lustri abbondanti per sperimentare in alcune nicchie che riescono a cogliere i benefici di una moda aperta, customizzabile e on-demand, perché il mercato attuale non risponde ai loro bisogni e grazie all’entusiasmo degli early-adopters che ci supportano nel percorso.

Più che di Open Fashion, preferisco parlare di Moda Agile, un concetto che uso per esprimere una concezione di prodotto dinamico e maker-friendly, che non sia afflitto dall’obsolescenza programmata e prediliga una filiera corta sia per i materiali che per la produzione. Il punto di partenza è un blueprint digitale che, proprio in quanto digitale, può essere declinato su diverse modalità di produzione a seconda del feedback degli utenti, delle opportunità offerte dal network di servizi online e delle azioni che il produttore decide di intraprendere.

Il prodotto della Moda Agile diventa più simile a una piattaforma di azione in cui i produttori agiscono come facilitatori e costruttori di community intorno alla loro creatività. I loro strumenti sono digitali, il loro focus sulla qualità della progettazione e la loro ricchezza sono i network locali e globali con cui interconnettersi.

Un marchio open source per una moda sostenibile, aperta e partecipata

Articolo scritto per la rivista Loop e tratto dal mio intervento a WorldWideRome

Openwear al World Wide Rome

Nel 2010 Johanna Blakley, direttrice di un think-tank sui media all’Università della California, ha rivelato di fronte a una platea nutrita della Ted conference che, l’industria della moda, a differenza di altri ambiti del settore creativo non produce valore a partire dalla protezione della proprietà intellettuale: non solo la maggior parte dei capi e accessori venduti non sono coperti da copyright, è proprio questa mancanza di protezione che permette al sistema di essere profittevole.

Grazie a questa libertà infatti, aziende diverse sono in grado di replicare capi creati da brand conosciuti in copie più economiche e di renderle disponibili a prezzi più accessibili, ovviamente senza copiare anche il logo#. Quanto più velocemente gli abiti indossati sulle riviste patinate e esposte nelle vetrine delle vie del centro senza cartellino del prezzo, diventano indossabili per tutto il resto della popolazione, tanto più velocemente, più volte l’anno, diventa necessario gettare i capi acquistati nei mesi precedenti perché “non sono più di moda” perdendo la loro aura di “coolness” ed esclusività. In economia questa strategia applicata su molti prodotti, specialmente tecnologici, è chiamata obsolescenza indotta e la trovate spiegata in modo chiaro in un documentario disponibile su YouTube intitolato “Obsolescenza Programmata – Il motore segreto della nostra società dei consumi”.

Nel suo intervento però la Blakely non si sofferma sulle conseguenze di questo sistema, sulle sue esternalità negative, ossia gli effetti che l’azione di tali soggetti economici ha sul benessere di altri soggetti non direttamente coinvolti. In questo caso ci riferiamo ai lavoratori dell’intero sistema moda, periferici o meno, e agli equilibri ecologici del territorio.

Qualche anno prima, nel 2005 San Precario insieme a un gruppo di precari/e (freelance, micro-imprese e collaboratori) impegnati a lavorare durante la settimana della moda si sono presi la libertà di sfidare la sfavillante vetrina della Camera della Moda facendo sfilare una finta stilista, all’interno del calendario ufficiale.

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Artigianale, diffusa, connessa e open: è la moda del 2025. La facciamo adesso?

Articolo originariamente pubblicato su CheFuturo

Il mondo della moda così come è strutturato oggi è costantemente proiettato nel futuro. Anzi, meglio parlare di futuri. C’è il futuro sempre presente, contenuto nelle sfilate, nelle fiere e negli esoterici quaderni di stile venduti a caro prezzo alle case di moda. Tutto questo diventerà presente fra qualche mese, quasi come una profezia che si autoavvera e ci permette di toccare con mano quello che avevamo solo potuto desiderare.

E c’è un futuro lontano, quasi da fantascienza, che racconta gli scenari difficili in cui il costo della manifattura e delle materie prime raggiunge livelli mai visti prima. Tutto a causa della scarsità d’acqua e di energia, a cui si affianca l’aumento del costo del lavoro nei paesi-fabbrica.

Di questi cambiamenti epocali già sentiamo i primi effetti oggi. Guardiamo per esempio al prezzo del cotone, raddoppiato dalla fine del 2010. Il modello di business della fast fashion, che ha raggiunto fatturati da record, si basa sulla produzione di milioni di capi attraverso il lancio in media di quaranta trend stagionali ogni anno promettendo il meglio della moda a bassi prezzi.

Sono proprio i numeri a dircelo: non è più possibile ignorare le conseguenze dell’insostenibilità di un’industria ad alta densità energetica. È importante prendere decisioni sui cambiamenti strutturali che il settore dovrà affrontare. Alcune grandi aziende con risorse e tempo a disposizione hanno capito che per immaginarsi un futuro radicalmente diverso dal presente bisogna avere molta immaginazione.

Così come bisogna Individuare nuovi vincoli da rispettare e superare la schiacciante pressione dell’abitudine. Di sicuro una cosa bisogna iniziare a farla subito: disegnare scenari e investire in progetti pilota per aiutarci a centrare meglio l’obiettivo.

Se siete a digiuno di questi argomenti un buon punto di partenza è Fashion Futures 2025, un progetto no profit inglese finanziato da varie grandi aziende – anche multinazionali, con il compito di raccontare alcuni di questi scenari possibili e facilitare la ricerca di soluzioni sostenibili. Ed è qui che sta la sfida.

Se le grandi aziende stanno investendo nel costruire un nuovo modello per la loro sopravvivenza, chi invece sta immaginando soluzioni possibili per le micro, piccole e medie imprese locali? Chi sta facendo in modo che queste realtà siano in grado organizzarsi fino a diventare protagoniste in grado di rispondere all’inevitabile crescita della domanda local? Quando ci siamo immaginati le idee ora contenute nel progetto di moda collaborativa Openwear (ispirato da suggestioni simili a quelle dello scenario Community Couture di FF2025), abbiamo cercato di muoverci proprio in questa direzione.

Come? Superando le inconsistenze del vecchio sistema a filiera lunga e basandoci su un concetto di artigianato diffuso e connesso, ricontestualizzato e, addirittura, potenziato da nuove tecnologie di produzione on-demand come tagliatrici laser e stampanti 3D condivise. Ma non si tratta solo di hardware: c’è soprattutto una cassetta degli attrezzi di codici aperti che comprende cartamodelli, tutorial e presto anche software di supporto e macchine per una manifattura open source.

Abbiamo condiviso queste idee con artigiani, designer, produttori di servizi, professori, sarte, fotografi e cartamodelliste. I feedback che abbiamo raccolto ci hanno mostrato quali sono le persone che più facilmente riescono, non solo ad immaginarsi il futuro, ma anche a raccogliere le opportunità del presente in modo che il cambiamento positivo arrivi passo dopo passo, in un processo organico e collettivo.

Per raccontarvelo partirei da quello che è successo nei mesi scorsi. Si è parlato molto di Makers in Italia e in rete si è acceso un interessante dibattito su cosa siano in realtà. In molti si chiedevano: “Non siamo sempre stati makers? L’Italia è piena di artigiani, di gente che sa fare le cose con le mani, con una conoscenza tramandata di piccola manifattura di qualità che ci invidiano in tutto il mondo”. Non si può negare questo fatto.

Quando gli americani ce la sono venuti a raccontare a World Wide Rome, ci chiedevamo sotto sotto se ci non stessero rivendendo l’acqua calda.

Ma il maker non è una professione e non è nemmeno un soggetto sociale. Siamo tutti makers in potenza perché si tratta di un’attitudine, di un modo per trovare soluzioni ai propri bisogni. Soprattutto, perché entriamo a far parte di una rete collaborativa, ed è per questo che preferiamo parlare di etica maker. Il maker trova la sua linfa vitale nei sistemi aperti di generazione e condivisione di conoscenza. Questa necessità fa cadere le rigide barriere tra chi produce e chi consuma.

Il produttore con l’attitudine maker rende partecipi i propri “consumatori” dando loro la facoltà di decidere quanto attivi vogliano essere nella creazione del prodotto finale. Io posso decidere se acquistare il prodotto finito, assemblato e funzionante oppure scaricarmi le istruzioni per costruirmelo da sola.

Superare l’idea che la condivisione di conoscenze e l’autoproduzione comportino l’impoverimento delle professionalità significa rendersi conto di un fatto preciso: sempre più persone saranno in grado di distinguere un prodotto di qualità.

Perché la qualità non è contenuta solo nell’oggetto in sé ma risiede soprattutto nella rete di relazione e scambio che si mantiene e fiorisce prima e dopo l’acquisto.

Il fatto che gli schemi e le istruzioni per creare un telaio Jaquard siano accessibili a tutti non significa che tutti abbiano il tempo e la voglia di costruirlo. Ma quelli che lo faranno renderanno il progetto ancora più funzionale nel rispondere alle esigenze di tutti.

Il progetto Osloom che un paio di anni fa è stato finanziato grazie a Kickstarter ha l’obiettivo di abilitare piccoli centri di produzione locale con telai non proprietari modulari (i telai commerciali si aggirano intorno ai 30mila dollari) liberamente modificabili a partire dalle proprie necessità di produzione.

Se ragioniamo più nel dettaglio, il punto è che produrre meravigliosi maglioni di cachemere all’uncinetto non ti trasforma automaticamente in un maker. Ci vuole altro. Condividere gli schemi delle mie produzioni, rendere trasparente l’iter di produzione permettendo a chi lo desidera di imparare a farlo, facilitare la costruzione di una rete per acquistare collettivamente lana ecologica a prezzi vantaggiosi sia per i miei colleghi produttori che per i consumatori finali: ecco, tutte queste sono azioni a beneficio di un sistema locale e organizzato. Più questa attitudine si diffonde, più i piccoli produttori locali saranno in grado di diventare competitivi con i giganti della moda.

Lo stesso si può dire per i terzisti del lusso, che realizzano prodotti ad alto valore manuale condizionati dalle istruzioni di stile dettate da brand della moda e destinati al mercato internazionale. Un ambito che rappresenta una nicchia di mercato profittevole finchè ci sono persone in grado di acquistare beni di lusso, ma che non si muove alla ricerca di un nuovo sistema di moda sostenibile.

Nulla vieta però che l’attitudine maker faccia agire i singoli artigiani in altri contesti. Nel tempo libero, autonomamente, potrebbero dare valore alle conoscenze acquisite in uno scenario più ampio. Così da mantenere il controllo diretto sul proprio lavoro e generare benefici per una collettività più estesa. Mantenere un dialogo aperto con la community significa anche accettarne la determinazione di alcuni standard e rispondere dove è possibile alle sue necessità.

Noi di Openwear possediamo una stampante 3D open source da circa un anno, acquistata in condivisione con Vectorealism in occasione delle iniziative Wefab. Ci è utile per lavorare alla prototipazione di accessori per la moda. Li possiamo progettare, stampare, testare, modificare e condividerne i codici per ricevere feedback. La stampante 3D usa come materia prima due tipi di filamento, uno in plastica molto comune e l’altro è composto da un derivato del mais, entrambe del diametro di tre millimetri. Lo acquistiamo online da vari produttori stranieri.

In questi mesi abbiamo cercato qualcuno che lo produca in Italia o sia interessato a raccogliere questa richiesta introducendolo come novità. Quando siamo andati a chiedere informazioni alle aziende che trattano questi materiali ci siamo accorti di una cosa: in molti ci approcciano come semplici clienti finali, e il loro scopo ultimo è solo offrirci i prodotti che hanno in catalogo (soprattutto in grande quantità). Non riescono a vedere l’opportunità di avviare un dialogo con noi.

Noi che siamo espressione di una comunità di riferimento di proprietari di stampanti 3D, una realtà che si sta moltiplicando in tutta Italia.

I libri di storia economica raccontano la “magia” dei distretti produttivi richiamando stuoli di imprenditori che si trovano la sera a bere il frizzantino e fare affari. Nello scenario attuale non basta più il frizzantino e non bastano più gli imprenditori. La complessità e le opportunità si sono moltiplicate.

Alcune criticità che ho evidenziato mostrano come il dialogo tra piccole realtà non sia sempre spontaneo e gratuito, ma vada nutrito e facilitato. Se vogliamo dei cambiamenti veri dobbiamo allontanarci da questo stereotipo diffuso e pensare seriamente a come alimentare le community in potenza che abbiamo sul nostro territorio.

La cultura della collaborazione richiede persone aperte al cambiamento e alla contaminazione, istituzioni che mettano a disposizione risorse per creare spazi di collaborazione online e luoghi di sperimentazione locali (fablab, makerspace, hackerspace). Ecco quello che serve per costruire una cassetta degli attrezzi dell’innovazione a partire dalle capacità professionali e autodidatte presenti oggi in Italia.

Milano, 13 aprile 2012

ZOE ROMANO